Musacchio, giurista e docente di diritto penale: "Il 41-bis non viola la Costituzione"

Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, associato della School of Public Affairs and Administration (SPAA) presso la Rutgers University di Newark (USA). Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise e Direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PalermoToday

Sono molti gli studiosi che si richiamano alla sentenza della Corte Europea per i diritti dell’uomo (CEDU) la quale ha condannato l’Italia per aver applicato il regime speciale di detenzione 41-bis nei confronti di Bernardo Provenzano durante la fase terminale della vita dell’ex boss mafioso. La CEDU ha scritto nel suo provvedimento “di non essere persuasa sul come il Governo italiano abbia dimostrato in modo convincente che il “rinnovo” del regime del 41-bis fosse giustificato”. Secondo i giudici europei la documentazione medica che il nostro governo avrebbe fornito dimostra che le capacità cognitive dell’imputato fossero già compromesse da un anno e che nel marzo 2016 erano peggiorate irrimediabilmente. Secondo la Corte Europea, quindi, tutto ciò sarebbe dovuto essere valutato attentamente prima di rinnovare il regime carcerario di massima sicurezza verso l’imputato. E’ lapalissiano che questa condanna dell’Italia da parte della Corte riguardi esclusivamente il prolungamento del regime carcerario speciale e non la misura restrittiva in sé. Se si leggesse con attenzione e nella sua totalità la sentenza si noterebbe che la permanenza di Provenzano al 41-bis non ha in alcun modo violato il suo diritto a non essere oggetto di trattamenti inumani e degradanti. Il “carcere duro” di Provenzano non può essere considerato incompatibile con il suo stato di salute e la sua età avanzata. Il boss mafioso poteva essere curato nelle strutture ospedaliere carcerarie. Non a caso la Corte Ue non ha stabilito nessun risarcimento per danni morali nei confronti della famiglia Provenzano. Il regime carcerario 41-bis si applica ai singoli detenuti e serve a evitare che i detenuti mafiosi possano comunicare con la propria organizzazione criminale sia all’esterno sia all’interno del carcere.

Prima che questo decreto fosse convertito in legge, per i mafiosi in carcere vigeva lo stesso trattamento per gli altri detenuti in regime di carcerazione normale. Il 41-bis di oggi è un provvedimento personale sottoposto all’esame giudiziale. Si tratta di uno strumento irrinunciabile nella lotta alla mafia. Questo regime può essere applicato non solo ai reati mafiosi ma anche ad altre tipologie di reato: terrorismo, tratta di persone, prostituzione minorile, sequestro di persona tra i più rilevanti. Lo Stato ovviamente ha il compito di garantire il rispetto dei fondamentali diritti umani ai detenuti che sono sottoposti a questo trattamento che non è certo ascrivibile ad alcuna forma di tortura. A dimostrare l’infondatezza di tale degenerazione da più parti sollevata vi è la possibilità di interrompere il regime del 41 bis, mediante la collaborazione con la giustizia. Non dimentichiamoci che Riina fu trattato nel miglior polo ospedaliero specialistico che abbiamo in Italia ed ha potuto usufruire di tutte le garanzie mediche, sanitarie e umane che lo Stato può offrire a un libero cittadino. Così come le migliori condizioni di assistenza, di cure mediche e di diritti umani, sono state assicurate a Bernardo Provenzano il quale è rimasto al 41-bis fino alla morte, ma ha ricevuto fino alla fine le migliori cure da parte degli specialisti degli ospedali in cui è stato ricoverato. Purtroppo le innumerevoli vittime della loro efferatezza criminale non hanno ricevuto alcun trattamento umano sono state trucidate senza pietà e nella loro azione criminale hanno messo in crisi le istituzioni repubblicane e la democrazia. Nonostante ciò il 41-bis non estrinseca vendetta o ritorsione, significa soltanto applicare un regime carcerario differenziato per gli uomini più pericolosi della criminalità organizzata, per impedire loro di continuare a tenere rapporti con l’esterno ed esercitare il loro ruolo di capimafia anche dall’interno del carcere gestendo il sistema degli appalti, delle estorsioni e delle collusioni con la politica e l’economia. Senza il 41-bis e le confische dei beni ai mafiosi le mafie avrebbero vita facile.

Questi due imprescindibili strumenti hanno assestato un duro colpo alle mafie e per questo rimangono indispensabili. Non vi è alcuna forma di violazione dello Stato di diritto poiché da un lato offre la possibilità al condannato di uscire da quel regime iniziando a collaborare con la giustizia e dall’altro ogni singola applicazione del 41-bis è sottoposta all’esame di un giudice in ossequio al principio di legalità e di giurisdizione. Personalmente, se devo dirla tutta, sono convinto che il 41-bis debba essere potenziato e i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione debbano essere ristretti all’interno d’istituti a loro esclusivamente riservati, collocati se possibile nelle isole, sul modello territoriale di Pianosa e l’Asinara. I boss mafiosi col 41-bis e con la piena efficienza del sistema delle confische dei loro beni, possono essere sconfitti. Sarò controcorrente ma ritengo che il 41-bis vada inasprito e applicato con più rigore. Nella lotta alle mafie ancor oggi resta uno strumento efficace e necessario.

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