Dalla lotta alla mafia al Vaticano, Pignatone a capo del tribunale della Santa Sede

E' stato nominato da Papa Francesco. Nella sua carriera ha firmato inchieste importanti, prima come sostituto procuratore di Palermo e poi come procuratore di Roma. Ha coordinato le indagini che hanno portato all'arresto di Bernardo Provenzano

Giuseppe Pignatone

Una carriera scandita da inchieste "pesanti", come quella contro Cosa nostra, la più recente "mafia Capitale" o il caso Cucchi, poi la pensione e adesso un nuovo incarico alla Santa Sede. Giuseppe Pignatone, ex sostituto procuratore di Palermo e poi procuratore di Roma, è stato nominato da Papa Francesco presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Prende il posto di Giuseppe Dalla Torre.

"È un’esperienza del tutto nuova e straordinaria. Ringrazio il Santo Padre per la fiducia che mi onora e mi commuove", ha detto lo stesso Pignatone, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, e InBlu Radio. "È un nuovo pezzo della mia vita – ha aggiunto Pignatone alle due emittenti della Cei - dopo 45 anni in magistratura. Io spero di poter dare un contributo frutto di questa esperienza di professionalità molto variegate maturate nel settore penale. Certamente da parte mia ci sarà il massimo impegno. Sono estremamente onorato e grato al Papa- Cominceremo a lavorare in tempi brevi".

Pigantone è andato in pensione lo scorso 8 maggio nel giorno del settantesimo compleanno. Una vita, la sua, dedicata alla giustizia che ha visto nella Capitale l'ultima tappa di una carriera iniziata nel 1974 nella sua Sicilia dove ha trascorso oltre 30 anni occupandosi dei principali processi di mafia a Palermo, dopo una piccola parentesi a Caltanissetta.

Sempre a nel capoluogo siciliano Pignatone conduce e porta a termine numerose indagini contro Cosa nostra e negli anni '80 mette sotto inchiesta il sindaco Dc Vito Ciancimino, poi condannato per mafia a sette anni. Nel 2003 è lui a mettere sotto indagine l'allora presidente della Regione, Totò Cuffaro, poi condannato definitivamente a 7 anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Gli anni alla Procura di Palermo per Pignatone si concludono con un fiore all'occhiello, l'aver coordinato le indagini, insieme con Michele Prestipino, che l'11 aprile 2006 hanno portato all'arresto del superlatitante Bernardo Provenzano.

Nel 2008 inizia il periodo alla Procura di Reggio Calabria, dove porta con sé anche Prestipino con l'obiettivo di puntare i fari contro la 'ndrangheta, una mafia fra le più potenti seppure molto sottovalutata. E' proprio grazie alle sue indagini, incrociate con quelle della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che si scoprono le maglie della 'ndrangheta che dalla Calabria arrivano fino al Nord e in Europa e gli oltre 300 arresti dell'operazione "Crimine'"costano a Pignatone numerosi "avvertimenti'"da parte delle cosche. Il 19 marzo 2012 Pignatone viene chiamato a guidare la Procura di Roma e in 7 anni porta avanti alcune delle maggiori inchieste a livello nazionale. E con lui alla guida dei magistrati capitolini, per la prima volta la parola "mafia" entra nella Capitale. A partire dall'inchiesta su quel "Mondo di mezzo" che dalla criminalità di strada, al cui vertice c'era l'ex terrorista Nar Massimo Carminati, arrivava a penetrare la politica romana: il terremoto scoppia a fine 2014 quando proprio dall'indagine coordinata da Pignatone scattano 37 arresti e si contano oltre 100 indagati, fra cui compaiono membri della criminalità fino a politici della giunta Alemanno ed esponenti del Pd e del centrosinistra.

Si tratta di una mafia "atipica" in senso giuridico, che non punta al controllo del territorio quanto piuttosto al controllo degli appalti grazie anche al ruolo fondamentale di imprenditori e politici compiacenti. La sentenza di primo grado arriva dopo oltre due anni e segna una sconfitta per la Procura, perché non viene riconosciuta l'accusa di associazione mafiosa; un anno dopo però, in appello, viene invece confermato l'esistenza di un sodalizio mafioso a Roma e adesso l'impianto accusatorio attende la conferma definitiva in Cassazione. Sempre sotto la guida di Pignatone alla Procura di piazzale Clodio arrivano alla sbarra gli storici clan di Roma e di Ostia, dai Fasciani e Spada ai Casamonica. Qui infatti emergono più chiaramente le caratteristiche tipiche mafiose, a partire proprio dal controllo del territorio e dall'uso della violenza. Sono gli stessi Casamonica a vantarsi dicendo "a Roma semo i più forti, a Roma ci stanno i Casamonica e basta. Nessuno ci viene a rompere il c...".

Nei sette anni di Pignatone alla guida della Procura della Capitale le inchieste toccano la politica senza distinguo, dal sindaco trovato al suo arrivo Gianni Alemanno al "caso scontrini" di Ignazio Marino, chiuso con l'assoluzione in Cassazione, alle nomine di Virginia Raggi, fino ad arrivare alle indagini sul nuovo stadio della Roma che hanno portato in carcere il grillino Marcello De Vito, ora ai domiciliari. Sotto il suo coordinamento, i magistrati capitolini iniziano a puntare i riflettori su un nuovo tipo di corruzione, fatta non più direttamente di 'bustarelle', ma di scambi di favori, elargiti attraverso incarichi e consulenze da migliaia di euro ciascuna. Con Pignatone a capo della Procura di Roma arriva poi la svolta nel caso Cucchi e sotto i colpi delle indagini portate avanti dal pm Giovanni Musarò, a distanza di 10 anni dalla morte del 31enne, cade il muro di silenzi e depistaggi. Particolare l'attenzione infine che ha riposto Pignatone sull'inchiesta ancora aperta in merito al sequestro e omicidio del ricercatore friulano Giulio Regeni in Egitto: un caso seguito dal pm Sergio Colaiocco, che ha dimostrato di non voler affatto cedere di fronte alla delicatezza di una vicenda che chiamerebbe in causa direttamente i servizi segreti del Cairo.

Articolo aggiornato il 3 otobre 2019 alle ore 18.18

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