Giovanni Riina perde in Cassazione: "Detenuti al 41 bis non possono scambiarsi cibo"

Il tribunale di sorveglianza di Perugia aveva espresso parere favorevole al reclamo del figlio del boss di Corleone. Accolto il ricorso del Dap (dipartimento dell'amministrazione penitenziaria)

Giovanni Riina

Vietato scambiarsi generi alimentari per i detenuti al 41 bis che condividono lo stesso gruppo di socialità. E’ quanto ha stabilito la Cassazione che ha accolto il ricorso del Dap (dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) contro la decisione del tribunale di sorveglianza di Perugia che invece aveva espresso parere favorevole al reclamo di Giovanni Riina, "erede" del boss corlonese Totò.

Il primo figlio maschio (e secondogenito) del Capo dei Capi, oggi 43enne, fu arrestato l'11 giugno del 1996 e poi condannato all'ergastolo da una sentenza della corte di Assise di Palermo con l'accusa di quattro omicidi che risalgono al 1995. Sta scondando la sua pena in cella al carcere di Spoleto.

"La vicenda è iniziata quando il carcere di Spoleto aveva vietato lo scambio di cibo tra i carcerati al 41 bis dello stesso gruppo di socialità, decisione, questa, contro la quale Giovanni Riina aveva fatto ricorso - si legge su umbria24.it -. Il tribunale di sorveglianza di Spoleto gli aveva dato torto, al contrario il magistrato di Perugia aveva ribaltato la decisione ritenendo che la norma dell’ordinamento penitenziario fonte del divieto di scambio di oggetti tra detenuti non potesse essere interpretata nel senso proposto dal carcere. A quel punto il tribunale ha annullato il provvedimento ordinando all’amministrazione penitenziaria di recepire le indicazioni date. Ora, chiaramente, con la pronuncia della Cassazione le cose cambieranno di nuovo in quanto è stato stabilito che il divieto di scambio di oggetti dunque ha portata generale e non è ammessa una diversa interpretazione".

Giovanni Riina è condannato all'ergastolo con l'accusa di quattro omicidi: il primo fu quello di Giuseppe Giammona, 22 anni, freddato con due colpi di pistola alla nuca il 28 gennaio mentre si trovava in auto in compagnia della fidanzata; le altre vittime furono Giovanna Giammona e Francesco Saporito, marito e moglie, trucidati il 22 febbraio sotto gli occhi dei loro due figli; l'ultimo omicidio che sancì il suo "battesimo di fuoco" per Cosa Nostra, fu quello del dottor Antonio Di Caro, strangolato e sciolto nell'acido a Giardinello il 22 giugno con la complicità dello zio Leoluca Bagarella.

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