Cronaca

Otto anni di processo per il furto di un paio di ciabatte: dopo la condanna, assolta in appello

La donna nel 2013 aveva preso le pantofole dal valore di 19,99 euro senza neppure rimuovere l'antitaccheggio e, scoperta, le aveva restituite. Il giudice le aveva inflitto un mese e 50 euro di multa. Sentenza ora ribaltata per la "tenuità del fatto". Ma i 3 mila euro di spese di giudizio sono a carico dei contribuenti

Tre anni di indagini, quattro di processo, ben dieci udienze e circa tremila euro di spese di giustizia totalmente a carico dei contribuenti. Sono i numeri di un caso giudiziario che si è appena concluso in appello e che forse, però, non avrebbe mai dovuto essere neppure aperto: al centro, infatti, c'era il tentativo di furto di un paio di ciabatte, dal valore di 19,99 euro, a carico di una donna totalmente incensurata e "ladra" così inesperta da non aver neppure tolto l'antitaccheggio alle pantofole, facendo subito scattare l'allarme del negozio, e che, in lacrime, aveva per giunta immediatamente restituito la merce. L'imputata, dopo quasi otto anni e una condanna a un mese e 50 euro di multa inflitta dal tribunale monocratico, adesso - col reato comunque ormai prescritto - è stata assolta dalla seconda sezione della Corte d'Appello, presieduta da Fabio Marino, in virtù della "particolare tenuità del fatto".

L'avvocato Mauro Barraco (nella foto), che assiste la donna aveva invocato sin dal primo grado la causa di non punibilità, ma il giudice non aveva voluto sentire ragione, rimarcando addirittura nella sua sentenza di condanna che "il valore economico della merce sottratta, per quanto modesto, non può certo considerarsi di entità irrilevante", salvo poi concedere comunque le attenuanti generiche anche per il "valore esiguo della refurtiva". L'imputata, peraltro, è stata assistita col gratuito patrocinio, dunque le spese di giustizia di fatto le stanno pagando tutti i cittadini. Per un processo che si poteva certamente evitare o comunque chiudere rapidamente.

La storia, minima e apparentemente banale, finisce per rivelarsi invece emblematica per comprendere certi cortocircuiti della giustizia, che sembra accanirsi sui più deboli e arrovellarsi su questioni irrilevanti in un contesto di cronico intasamento dei tribunali.

Il tentativo di furto delle ciabatte risale al 24 maggio 2013. Intorno a mezzogiorno, l'imputata, 32 anni all'epoca, con un lavoro part time e un figlio minorenne da crescere da sola, esce da uno dei negozi di abbigliamento che si trovano nel centro commerciale "Conca d'Oro" e fa scattare l'allarme. Viene subito bloccata dal titolare, tira fuori dalla borsa il paio di pantofole e, piangendo, le riconsegna. Si dice pure disponibile a pagarle. Le sue spiegazioni e le sue lacrime non bastano: il titolare chiama i carabinieri della stazione San Filippo Neri che non possono fare altro che constatare il tentato furto. Reato per cui si procede d'ufficio.

Non ci sono grandi indagini da fare - la merce è stata restituita, la donna ha confessato - eppure il pm tiene il fascicolo aperto per ben tre anni. Nonostante ce ne sarebbero gli estremi, al posto di chiedere l'archiviazione, decide poi di citare a giudizio la donna il 20 settembre del 2016. La prima udienza viene fissata davanti alla quarta sezione del tribunale monocratico per il 12 maggio dell'anno successivo.

Vista la situazione e il reato bagatellare, in alternativa alla condanna, l'avvocato propone la messa alla prova per la sua assistita. L'Uepe (l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna) stila un programma di tre mesi in cui la donna dovrà fare volontariato per due volte a settimana, per riparare il danno minimo che ha comunque creato alla società. Il giudice, però, ritiene il progetto troppo "blando", non sufficientemente riparatore, e stabilisce che se l'imputata vuole ottenere la messa alla prova questa debba durare almeno un anno.

La donna, che comunque lavora e da sola deve pure occuparsi di suo figlio, si trova in difficoltà e spiega che non saprebbe come conciliare il volontariato con il resto per un anno. Anche in questo caso le sue argomentazioni non hanno alcun peso e il giudice resta inflessibile. A quel punto, non avendo altra scelta, l'imputata opta per l'abbreviato: sa che sarà condannata (ha confessato), ma almeno cerca di ridurre l'entità della pena.

Al termine del processo, durante il quale la donna ha ammesso nuovamente le sue responsabilità e si è detta ancora una volta pentita per quel gesto, il pm - nonostante il rito alternativo e nonostante si stia pur sempre processando una persona per il furto di un paio di pantofole - chiede addirittura una condanna a quattro mesi e una multa di 200 euro. La difesa invece punta all'assoluzione, invocando la particolare tenuità del fatto che è appunto una causa di non punibilità. A sostegno della sua tesi cita anche diverse sentenze della Cassazione, tra cui una in cui era stata riconosciuta la particolare tenuità del fatto per il tentato furto di una felpa Adidas e di un paio di scarpe Nike dal valore di oltre 100 euro, ma pure un sentenza dello stesso tribunale di Palermo, in cui era stata affermata la non punibilità dell'imputato in relazione al furto di una ricarica di rasoi dal valore di 19 euro.

Il giudice però non si convince, anzi, rimarca come non solo sussista il reato di tentato furto, ma anche l'aggravante di "aver commesso il fatto su cose esposte per necessità alla fede pubblica" e che "il valore economico della merce sottratta, per quanto modesto, non può certo considerarsi di entità irrilevante". Concede le attenuanti generiche perché la donna è incensurata, ha collaborato dopo il reato e - paradossalmente - anche per il "valore esiguo della refurtiva" e, il 6 novembre del 2019, la condanna a un mese (pena sospesa) e 50 euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.

Ora in appello è stata finalmente accolta la tesi della difesa e la donna è stata assolta. A che prezzo però? L'imputata per quasi otto anni non ha potuto partecipare a concorsi pubblici e provare a migliorare la sua condizione lavorativa, i cittadini dovranno poi sostenere il costo dei processi, anche se le ciabatte da 19, 99 euro erano state restituite pochi istanti dopo il loro furto.

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