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Finta sparatoria allo Zen: l'intervento delle volanti

Finta sparatoria allo Zen: l'intervento delle volanti

Finta sparatoria allo Zen, il Riesame conferma i domiciliari per i poliziotti

Secondo il pm il conflitto a fuoco non potrebbe che essere un'invenzione dei due agenti, finalizzata ad ottenere un premio. Le accuse sono: calunnia, simulazione di reato e procurato allarme

Il tribunale del riesame ha rigettato l’istanza di scarcerazione avanzata dai poliziotti Francesco Elia e Alessandra Salamone, accusati di aver inventato una sparatoria allo Zen, a marzo dell’anno scorso, per ottenere un riconoscimento. L’ispettore e l’assistente capo restano dunque agli arresti domiciliari – dove si trovano da luglio – con le accuse di calunnia, simulazione di reato, procurato allarme e danneggiamento dell’auto di servizio. I loro difensori, gli avvocati Nino Zanghì e Teresa Re, hanno però già presentato ricorso in Cassazione: secondo loro, infatti, la misura cautelare inflitta ai due indagati soprattutto perché potrebbero reiterare i reati non sarebbe più necessaria, visto che sono stati sospesi dal servizio.

Per il sostituto procuratore Maurizio Bonaccorso – che ha già chiuso le indagini sul caso – Elia e Salamone avrebbero inventato una sparatoria in via Rocky Marciano, in cui il primo, proprio per dare più forza alla presunta messinscena, si sarebbe addirittura sparato da solo ad un braccio. Per via del falso allarme che i due avrebbero lanciato alla sala operativa, era stato poi arrestato un ragazzo di etnia rom, Roberto Milankovich, ritenuto responsabile del conflitto a fuoco coi poliziotti, perché ritrovato sull’auto che gli indagati avevano sostenuto di aver seguito. 

Il giovane, però, come si era scoperto dopo, nel momento in cui sarebbe avvenuta la sparatoria sarebbe stato al commissariato San Lorenzo per firmare. Secondo il pm, dunque, il conflitto a fuoco non potrebbe che essere un’invenzione dei poliziotti, finalizzata ad ottenere un premio. Accusa che i due hanno sempre respinto. L’arresto per loro, inoltre, era arrivato tardi, circa un anno dopo la loro iscrizione nel registro degli indagati, quando erano già stati sentiti diverse volte dagli inquirenti. Proprio le versioni fornite – discordanti secondo la Procura – e alcune perizie balistiche avrebbero però fornito le prove della loro presunta colpevolezza
 

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