Filosofia e antropologia alimentare come ricerca di una identità al gruppo di appartenenza

La “cassatina” siciliana, nata a Palermo, riesce ad interpretare con una abilità artistica indescrivibile ciò che fa del Siciliano l'abitante di questa strepitosa isola del Mediterraneo

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PalermoToday

L’essere e il cibo sono sicuramente inseparabili e vanno considerati come se l’uno fosse la conseguenza dell’altro. Esagerazione? Assolutamente no se consideriamo che effettivamente, estasiandosi innanzi ad essa e gustandola con la passione filosofica che prova, all’inverosimile, l’esperienza sensibile, “noi siamo quello che mangiamo” coma ci ricorda, forse in maniera provocatoria ma quanto mai attuale, in questo caso, la celeberrima estrinsecazione del filosofico Ludwig Feuerbach. Un pensiero filosofico, questo, che può trovare nuove interpretazioni nel contesto attuale nel quale viviamo e nella nostra strepitosa Sicilia. Ciò perché, senza smentita alcuna, la “Cassata Siciliana”, talvolta realizzata in strepitose monoporzioni, continua ad essere la regina della tradizione Siciliana e i Siciliani continuano a riconoscersi in essa trovandovi, nonostante i tempi in cui viviamo, vittime d’un qualunquismo senza precedenti, la nostra essenza, il nostro essere, e il nostro comunicare e il nostro variopinto confrontarci con chi questa terra la visita e si innamora.

Questa torta, anche nella sua versione a porzione singola, funge da collante culturale, esistenziale tra gli indigeni e le diverse dominazioni straniere che, in questo dolce, non sono passivi spettatori, ma, come dovrebbe essere in un percorso sincero di integrazione, si incontrano lasciando il meglio della loro identità, non solo gastronomica, attraverso la poliedricità degli ingredienti tuttora utilizzati per la ricetta. Influenze culinarie, dunque, e culturali. La canna da zucchero, il cioccolato, il cedro, la mandorla e altri frutti, sono testimonianza del passaggio di numerose culture che dominarono l’isola determinandone, talvolta, anche, modificazioni consistenti come per l’introduzione della pasta reale, voluta dalle suore del convento della Martorana di Palermo, che sostituì la pasta frolla e congiuntamente alla frutta candita definì il sapore di questo dolce, determinandone, non solo il successo, ma il suo valore iconico, più bello, come dice la pasticcera Enza Pizzolato da anni proiettata a trovare, nei dolci, le caratteristiche identitarie di un popolo tanto variegato.

Attraverso il cibo si comunica, si parla di sé e del proprio stile di vita, si trasmettono i modi di essere e, sicuramente, i singolari e unici modi di fare di questi accoglienti Siciliani, e lo si trasforma in uno strumento identificativo, necessario a sottolineare non tanto le differenze con gli altri , quanto piuttosto l’appartenenza a un gruppo in evoluzione ma che non si arrende alla storia. La “Cassatina” come anche il “Cannolo” o l’”Arancina” diventano, così, il punto di partenza per la costruzione di un’identità personale, culturale e sociale che vede nel cibo il mezzo di distinzione per eccellenza. In questo modo prediligere determinati cibi (senza rifiutarne altri che pur entrano in quel percorso d’inclusione tanto forte in Sicilia, nonostante i vergognosi odi e nazionalismi che stanno impoverendo l’Italia) delinea un confine (non fisico e neppure culturale – guai a crearne, nel nostro identificarci) che separa non noi dagli altri, sottolineando non una dissociazione gastronomica, quanto facendosi interprete autentico di una prospettiva ideologica che è tanto più glocalizzata quanto più si è, ancora, in questo tempo e in questo spazio, siciliano vero e sincero.

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