I 100 anni di nonno Santo, vita da immortale: "Io, la guerra in Africa e le bombe di mafia"

Grande festa nella zona di via Oreto per Santo Meci, nato il 25 marzo 1918. Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana è sopravvissuto alla battaglia di Cheren, in Eritrea, e alle stragi di Cosa nostra. Poliziotto a Palermo per 34 anni, fu autista di Boris Giuliano: "Il mio elisir? La pasta al pomodoro..."

La festa per i 100 anni di nonno Santo - foto PalermoToday

Una vita da immortale. L'esistenza di nonno Santo sembra scorrere nel vento dell'eternità. Quel vento che oggi soffia su 100 candeline. Fuoco che non fa male, niente a che vedere con quello delle battaglie vissute durante l'epoca di Mussolini e delle stragi di mafia. Nonno Santo è un ragazzo del '18. E' un nonno felice, circondato dall'affetto di figli, nipoti e parenti. Basta vederlo, nel giorno della festa per i suoi 100 anni, organizzata in una casa della zona Oreto.

Ogni tanto però la guerra torna e tormenta i suoi pensieri. Poi se ne va e lo lascia sereno, nella sua dolce vecchiaia. Accanto ha un libro nel quale appunta tutta la sua vita. E quel libro continua ad aprirsi, come succederà stasera in cui magari racconterà le fasi salienti della festa appena vissuta. Santo Meci, nato a Mascalucia il 25 marzo 1918, vive a Palermo da 72 anni. In quegli appunti ci sono tutte le sue memorie. Che sembrano non finire mai. Dalla guerra in Africa, con il rumore delle bombe e la lunga sequenza di lutti, alle stragi di mafia in quella che a un certo punto è diventata la "sua" Palermo.

"Sono nato in provincia di Catania, figlio di una famiglia di contadini, le mie sono origini umili. A 19 anni mi sono arruolato a Roma. Poco dopo mi mandano in Eritrea e combatto nella battaglia di Cheren". Così nonno Santo - con l'aiuto di chi l'assiste giornalmente - racconta a PalermoToday la sua vita. Riavvolge il nastro dei ricordi e cita il primo bivio della sua vita. Ovvero lo scontro tra le truppe italiane e le forze britanniche avvenuto durante la seconda guerra mondiale nella zona di Cheren. "Ero motociclista della Pai, la polizia dell'Africa in Italia, appena nata. In Eritrea non c'erano comunicazioni via radio e il mio compito era quello di mandare messaggi in moto nei vari campi di guerra. I missili mi sfioravano la testa e mi passavano accanto ai piedi. Non ho mai perdonato a Mussolini il fatto di aver dichiarato guerra agli inglesi. Noi italiani siamo rimasti prigionieri in Africa per 9 anni, fino al 1946. Quelli vivi, ovviamente. Perché tantissimi miei colleghi sono morti là. A un certo punto evitavo di affezionarmi ai miei compagni d'avventura perché sapevo che avrei potuto perderli da un momento all'altro. Durante la prigionia non ero trattato male. Certo, non sempre. Ricordo che avevamo sete e un generale inglese metteva l'acqua nei fusti della benzina. Ho avuto delle malattie intestinali, per fortuna poi la guerra è finita".

Nel 1945 la vita di Santo Meci riparte: si congeda come maresciallo capo. Torna in patria, nel frattempo ha 27 anni e viene "dirottato" nella polizia italiana. Arriva il trasferimento a Palermo. Fine dei pericoli? Neanche per sogno. "Dal '46 al 1980 ho lavorato in polizia (e sono stato 20 anni nella caserma di piazzetta Cairoli). Ho visto saltare in aria alcuni colleghi, come nella strage di viale Lazio. Io ero autista: nel 1963 sono rimasto vivo per miracolo in occasione del famoso attentato di Ciaculli. Ero a 100 metri dal disastro, ho visto il collega da lontano mentre apriva la Giulietta imbottita di esplosivi. Ma ero anche nella squadra guidata dal commissario Boris Giuliano. Ero uno dei due suoi autisti". Trentaquattro in anni in servizio, poi la pensione. E un riconoscimento speciale. "Direttamente dal Capo dello Stato Sandro Pertini - dice nonno Santo -. Mi ha dato una medaglia al merito della Repubblica e sono diventato Cavaliere. Da quel momento ho deciso di non guidare più. Ho detto basta...". Da lì per i suoi spostamenti ha scelto l'autobus.

Sposato, vedovo da due anni, con quattro figli, il neocentenario vive con il badante ed è circondato dell'affetto di nipoti e parenti. Abita in una casa vicino alla stazione centrale. Perfettamente autosufficiente. Vede, sente, cammina. Anche se i figli, per paura, lo vogliono sulla sedie a rotelle, per evitare guai. "Ma negli scorsi giorni è andato a votare sulle sue gambe - racconta chi lo assiste quotidianamente - e ha scalato quei quattro gradini della scuola senza la sedia a rotelle. E' una persona felice e serena. Elisir di lunga vita? Mangia 80 grammi di pasta al pomodoro quasi ogni giorno. 'Se mi tolgono questo muoio', ama ripetere. E poi latte con i biscotti a cena. Mangia un po' di tutto, anche se i figli stanno attenti. Beve molta acqua, niente vino, che spesso lo ha accompagnato quando era in guerra".

Già la guerra. Che continua ogni tanto a passare nella sua testa. "Pensa ai tanti amici morti. Uno in particolare: Luigi Orecchioni, morto dilaniato. Giornalmente gli dedica una preghiera, erano diventati molto amici. Ama ricordarlo sempre e ci racconta che era un ragazzo grintoso e coraggioso". Guerra e non solo. Ogni tanto nonno Santo si immagina al volante, mentre divora i tornanti, a tutta velocità con lo sguardo proiettato al futuro. Adesso dagli specchietti guarda la vita al contrario. "Ai tempi della polizia guidava la Pantera nera: dice che era il pilota migliore in circolazione...". 

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