Cronaca

Crac Sicilcassa, in appello cinque condanne: "Provocarono bancarotta milionaria"

L'istituto di credito venne dichiarato insolvente, per 2995 miliardi delle vecchie lire, nel 1997. I difensori faranno ricorso in Cassazione

La seconda sezione della Corte d'appello ha condannato a 33 anni di carcere complessivi i cinque imputati del processo per il crac della Cassa di risparmio Vittorio Emanuele II, che venne dichiarata insolvente, per 2995 miliardi delle vecchie lire, nel 1997. Rispetto al primo grado di giudizio, che risale al 14 febbraio 2013 e in cui ci furono condanne per 60 anni, le pene sono state ridotte, ma allora gli imputati erano sette: Giuseppe Adonia e Giuseppe Viola, pure loro condannati a 9 anni, sono infatti deceduti dopo la sentenza del Tribunale.

Con l'accusa di aver provocato una bancarotta miliardaria, in lire e in euro, sono stati condannati a sei anni e dieci mesi a testa (contro i nove del primo grado) gli ex componenti del consiglio di amministrazione Francesco Mormino, Pompeo Oliva, Marcello Gianfranco Adriano Maria Orlando e l'ex membro del collegio sindacale Gianni Lapis, che ha già una condanna definitiva per la vicenda del tesoro di don Vito Ciancimino. Pena ridotta, da sette a cinque anni, anche per Antonio Mosto, ex direttore della sede di Catania dell'istituto di credito. A tutti, tranne che a Lapis, sarà applicato il condono di tre anni. Nel processo di appello è caduto un capo d'imputazione, con la conseguente assoluzione parziale dei tre ex del Cda e del sindaco.

I giudici hanno confermato il diritto delle parti civili, la Banca d'Italia e la Sicilcassa in liquidazione, a maxi-risarcimenti (il danno totale ammonta a circa un miliardo e mezzo di euro, somma da rivalutare, perchè riferita agli anni '90) e alla provvisionale immediatamente esecutiva da dieci milioni. I giudici hanno accolto quasi del tutto le richieste dei sostituti procuratori generali Maria Vittoria Randazzo e Umberto De Giglio. I difensori faranno ricorso in Cassazione. Secondo la ricostruzione dell'accusa, in tribunale sostenuta dal pm Dario Scaletta, fu la concessione di extrafidi e di ulteriori crediti per cifre astronomiche, in particolare a imprenditori catanesi e palermitani, a provocare l'affondamento della banca, poi incorporata dal Banco di Sicilia, a sua volta oggi assorbito da Unicredit.

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