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Domenica, 5 Dicembre 2021
Cronaca

Dalla peste alla salvezza, il discorso alla città di Lorefice: "Svegliati e alzati, Palermo"

L'omelia dell'arcivescovo per la Patrona in piazza Marina: "Viviamo un tempo segnato dall’inquietudine e dall’emergenza, siamo vicinissimi alle sensazioni tipiche dell’evento catastrofico nel quale la nostra Santa si mostrò quattrocento anni fa"

"Care Palermitane, Cari Palermitani, siamo di nuovo qui in piazza attorno a Rosalia, in un anno e in un tempo segnati dall’inquietudine e dall’emergenza. Vicinissimi, insomma, alle sensazioni tipiche dell’evento catastrofico nel quale la nostra Santa si mostrò, quattrocento anni or sono, propiziatrice di salvezza. Era la peste allora – per lei e per Palermo – a rappresentare la sorgente di uno smarrimento, di una disperazione che il saponaro Vincenzo Bonelli rese simbolicamente con il proprio desiderio di morte dopo la perdita della giovane moglie". E' iniziato così il discorso dell'arcivescovo metropolitano di Palermo Corrado Lorefice durante la omelia per la Patrona Santa Rosalia, in piazza Marina. 

"Anche noi - ha detto - arriviamo qui stasera provati, portandoci nel cuore un senso di oppressione per le vicende della nostra terra, dell’Italia, del mondo tutto. La catastrofe contemporanea non è quella di un’epidemia contagiosa ma di un diluvio opprimente, che sommerge e affoga: il diluvio della costruzione da parte dell’uomo di un sistema economico planetario che schiaccia i poveri e ferisce la natura; [il diluvio] di un gioco di relazioni segnate dalla separatezza, dalla diffidenza, dall’esclusione del diverso, dell’altro, comunque lo si voglia configurare; [il diluvio] di una Chiesa che fatica a sintonizzarsi sulla linea d’onda del Vangelo, trasmessaci dal Santo Padre e contrastata da messaggi e comportamenti divisivi e aspramente aggressivi. Di fronte a tutto questo noi – tutti noi, presenti in questa piazza – siamo rimandati all’icona di una ragazza – Rosalia de’ Sinibaldi –, che durante la sua vita ebbe il coraggio di opporsi a convenzioni e a interessi di classe; ebbe la forza di rimanere fedele a sé stessa e di farsi carico di scelte difficili, in nome di una responsabilità personale accettata sino in fondo. Voglio dirvi cioè – care donne e cari uomini di Palermo – che la nostra familiarità verso la Santuzza non è pensabile come una devozione a buon mercato, che ci confonda in una folla anonima in cui ognuno può farsi una Rosalia a proprio uso e consumo, può continuare la propria esistenza senza scosse, senza crisi. Essere rimandati a Rosalia di fronte alla catastrofe significa stasera per ognuno di noi uscire dalla folla, dalla sua indistinzione, dalla sua comodità; tirarci fuori dalla calca che giudica rozzamente, che segue il puro istinto e l’immediata convenienza; sottrarci alla frotta che urla sui social ed è pronta a raccogliere i messaggi qualunquistici di conflitto aperto e di violenza". 

"E lasciatemi dire - ha concluso - che è questo il mio sogno per Palermo. Lasciatemi dire che io sogno una Palermo così. 'Talithà kum!'. Svegliati e alzati, Palermo, sii capitale degli incontri e dei confronti;[sii capitale delle mani strette e dei racconti lunghi; sii capitale aperta alle differenze e gioiosa della sua tradizione; [sii] capitale del mare e della terra, della giustizia e dell'accoglienza. Della bellezza dei monumenti custoditi, delle strade pulite, dalle piazze verdi, del traffico ordinato, dello sport umano e corretto, dell'ecologia e della pace. E sogno anche una Chiesa così, nella nostra Palermo: intrepida nella testimonianza, unita nell'amore, mai divisa di fronte alle esigenze del Vangelo, capace di umiltà e di ascolto, ma pronta a gridare per salvare il diritto dell'orfano e della vedova (e il nuovo Statuto e Carta Pastorale della Caritas ci conducono su questa via). Rosalia ci insegna che il sogno rimane però puramente velleitario se non c'è da parte di tutti noi responsabilità e corresponsabilità".

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