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Antonio Di Pietro

Antonio Di Pietro

Di Pietro: "Se Salvo Lima non fosse morto avrei potuto fare arrestare Andreotti"

Per l'ex giudice, Mani pulite fu la conseguenza di Mafia pulita: "Nasce dall’esito dell’inchiesta del maxi-processo di Palermo quando Giovanni Falcone riceve, riservatamente, da Tommaso Buscetta la notizia che era stato fatto l’accordo tra il gruppo Ferruzzi e Cosa nostra"

"Se Salvo Lima non moriva avrei chiesto al Parlamento di arrestare Andreotti". A dirlo non è uno qualunque. A parlare è infatti l’ex giudice di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. In una lunghissima intervista concessa a L’Espresso, per l’occasione dei 20 anni dalla morte di Bettino Craxi ad Hammamet, l’ex leader di Italia dei Valori ha svelato alcuni retroscena che si intrecciano anche con la storia palermitana. "Nella realtà io non ho mai avuto un rapporto con Craxi. Io miravo all’ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti".

Di Pietro dice: "Andreotti è stato prescritto, fino al 1980, non è che è stato assolto. E dall’altra parte ci stava il sindaco, Vito Ciancimino, e Salvo Lima. Quindi, voglio dire: quello era il potere vero". L’obiettivo di Mani Pulite insomma non era prima di tutto la politica nazionale, ma la mafia nei suoi rapporti con la politica, ed è per questo che secondo Di Pietro il progetto è stato fatto fallire. "Mani pulite non è stata fermata dalla politica: è stata fermata dai giudici. E' una storia che va riscritta prima o poi", insiste Di Pietro a L’Espresso.

Per Di Pietro, Mani pulite fu la conseguenza di Mafia pulita. "Mani pulite non l’ho scoperta io - dice l'ex giudice - nasce dall’esito dell’inchiesta del maxi-processo di Palermo, quando Giovanni Falcone riceve, riservatamente, da Tommaso Buscetta la notizia che è stato fatto l’accordo tra il gruppo Ferruzzi e la mafia". E ancora: "Borsellino non è stato ucciso per aver cominciato il maxiprocesso del suo amico e collega Falcone, ma perché insieme a Falcone doveva far nascere Mafia pulita".

Poi la considerazione sul suicidio di Raul Gardini: "Non si tolse la vita così, per disperazione, il 23 luglio 1993: si suicida perché sa che quella mattina, venendo da me, doveva fare il nome di Salvo Lima, che aveva ricevuto una parte della tangente Enimont da 150 miliardi di lire. Se quel fatto veniva detto, se Gardini parlava, se Salvo Lima non moriva, io avrei potuto avere elementi sufficienti per chiedere al Parlamento di arrestare Andreotti".

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