Cronaca

Di Matteo: "Dell’Utri garante di un patto tra Berlusconi e le famiglie mafiose palermitane"

Trattativa, il pm palermitano si toglie qualche sassolino dalla scarpa rispondendo alle domande di Lucia Annunziata nel corso della trasmissione “1/2 ora in piu'”, in onda su Raitre: "Da Anm e Csm nessuna difesa. Silenzio assordante, chi speravamo ci difendesse ha taciuto"

“Adesso ci vorrebbe un pentito di Stato, un qualcuno che faccia chiarezza rispetto a quanto avvenuto”. Dopo la sentenza che ha inflitto pene pesantissime a ex vertici del Ros come Mario Mori e all'ex senatore Marcello Dell'Utri, condannati a 12 anni e accusati di aver rafforzato Cosa nostra scegliendo la via del dialogo coi clan durante le stragi del '92 e del '93, Nino Di Matteo si toglie qualche sassolino dalla scarpa. E lo ha fatto rispondendo alle domande di Lucia Annunziata nel corso della trasmissione “1/2 ora in piu'”, in onda su Raitre. “Restano spunti di riflessione per ulteriori approfondimenti – ha spiegato il magistrato – Come quello del fallito attentato all’Olimpico del 23 gennaio ’93”.

Il pubblico ministero poco prima aveva sottolineato: “Ho sempre creduto nella doverosità di questo processo, qualunque esito avesse avuto. Ho la consapevolezza di aver fatto il mio dovere. La sentenza emessa da una corte qualificata che in cinque anni ha dato spazio a tutte le prove dell’accusa e della difesa, non ci ha colto di sorpresa”. Rispetto alla trattativa in sè ha aggiunto: “E’ stato messo un punto fermo con la sentenza. E’ stato sancito che mentre la mafia, tra il ’92 e il ’93, faceva sette stragi c’era chi all’interno dello Stato trattava con vertici di ‘Cosa nostra’ e trasmetteva ai governi le sue richieste per far cessare la strategia stragista”.

Insomma “è un punto importante che può costituire un input per la riapertura anche delle indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di ‘Cosa nostra’”. Inoltre “quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante da chi ci doveva difendere. A partire dall’Anm e il Csm”.

"Gli ufficiali dei carabinieri sono stati condannati per avere svolto un ruolo di mediazione delle richieste della mafia nel '92 quindi rispetto ai governi della Repubblica presieduti da Amato e Ciampi, mentre Dell'Utri è stato condannato per avere svolto il medesimo ruolo nel periodo successivo a quando Berlusconi è diventato premier. E' un fatto oggettivo", spiega. "E' ovvio che noi abbiamo agito verso soggetti che ritenevamo coinvolti sulla base di un quadro probatorio solido, ma non pensiamo che i carabinieri abbiano agito da soli. Non abbiamo avuto prove concrete per agire contro livelli più alti ma pensiamo che i carabinieri siano stati mandati e incoraggiati da altri", dice.

Di certo, per il pm "la sentenza è precisa e ritiene che Dell'Utri abbia fatto da cinghia di trasmissione nella minaccia mafiosa al governo anche nel periodo successivo all'avvento alla Presidenza del Consiglio di Berlusconi. In questo c'è un elemento di novità. C'era una sentenza definitiva che condannava Dell'Utri per il suo ruolo di tramite tra la mafia e Berlusconi fino al '92. Ora questo verdetto sposta in avanti il ruolo di tramite esercitato da Dell'Utri tra 'Cosa nostra' e Berlusconi. C’è una sentenza definitiva che afferma che dal ’74 al ’92 Dell’Utri si fece garante di un patto tra Berlusconi e le famiglie mafiose palermitane. Ora questa sentenza dice che quella intermediazione non si ferma al ’92, ma si estende al primo governo Berlusconi. Questi sono fatti che devono essere conosciuti e non sempre sono stati adeguatamente sottolineati”. 

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