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Martedì, 17 Maggio 2022
Cronaca

"Tangenti in cambio di finanziamenti a tasso agevolato", chiesti 17 rinvii a giudizio

Nel blitz dello scorso giugno furono 20 i casi scoperti dalla guardia di finanza: due persone finirono in carcere e cinque ai domiciliari. Il funzionario dell’Irfis, Paolo Minafò, palermitano di 52 anni, rischia il nuovo arresto

Tangenti, mascherate da consulenze, in cambio di finanziamenti a tasso agevolato: per i diciassette indagati si avvicina il momento del processo. Il pm Andrea Maggioni, titolare dell’inchiesta “Giano Bifronte”, ha firmato le richieste di rinvio a giudizio ed è stata fissata l’udienza preliminare. Il blitz scattò nel giugno dello scorso anno, ad Agrigento e travolse anche Palermo. Furono 20 i casi scoperti dalla guardia di finanza nell'indagine coordinata dal pm Andrea Maggioni. Due persone finirono in carcere, cinque ai domiciliari mentre per dieci scatto l'obbligo di dimora. 

Il primo passaggio in aula è stato programmato per il 26 febbraio. A decidere se disporre o meno il rinvio a giudizio, sempre se i difensori non dovessero chiedere riti alternativi, sarà il giudice Alfonso Malato. Nel frattempo il principale imputato – il funzionario palermitano dell’Irfis, Paolo Minafò, 52 anni – rischia il nuovo arresto perché la Cassazione, pronunciandosi sul ricorso del pm, ha sconfessato la decisione del riesame che aveva annullato il precedente arresto disponendo un nuovo passaggio davanti ai giudici del tribunale di Palermo che dovranno decidere, al termine di un’udienza in contraddittorio fra accusa e difesa, se disporre un nuovo provvedimento restrittivo.

Minafò, funzionario dell’istituto di credito di cui la Regione Sicilia è l’unico azionista, sostiene l’accusa, avrebbe architettato un sistema di tangenti che venivano mascherate con delle parcelle incassate da una società, gestita da un consulente del lavoro di Favara già finito al centro di tante altre inchieste.

L’inchiesta ruota attorno a due personaggi chiave: il consulente del lavoro Antonio Vetro, 48 anni e lo stesso Minafò: entrambi erano finiti in carcere. Vetro, secondo l’accusa, avrebbe ideato un sistema corruttivo che si serviva della società di consulenza Intersystem srl di cui lui era amministratore e Minafò sarebbe stato socio occulto. Una tesi che gli imputati, anche attraverso i loro difensori, hanno sempre respinto difendendosi dalle accuse. In sostanza le imprese che volevano ottenere prestiti a tassi agevolati dall'istituto, sostiene l’accusa, dovevano rivolgersi all’Intersystem e pagare una consulenza che, in realtà, sarebbe stata una tangente mascherata che poi veniva spartita con Minafò.

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