Tasso di contagio, posti letto e capacità di tracciamento: perché la Sicilia è "arancione"

Le ragioni della scelta del governo, messe nero su bianco nell'ultimo Dpcm del premier Conte, si basano su 21 parametri analizzati per classificare il grado di rischio di un territorio: non conta solo il numero dei contagi, ma soprattutto la tenuta dei servizi sanitari

Ambulanze in fila davanti al Covid hospital di Partinico

Perché la Sicilia è in zona arancione? Tutti se lo chiedono. Le ragioni della scelta del governo, messe nero su bianco nell'ultimo Dpcm del premier Conte, si basano su 21 parametri analizzati per classificare il grado di rischio di un territorio. 

Questi parametri vanno oltre l'ormai noto Rt: il tasso di contagiosità, ossia il numero medio di persone che ciascun malato può contagiare. Nel dettaglio gli indicatori che il governo nazionale ha usato per individuare le aree verdi (nessuna), gialle (la maggioranza in Italia), arancioni (Sicilia e Puglia), rosse (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria) devono soddisfare tre requisiti: capacità di monitoraggio, capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti e risultati relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari.

Sicilia zona arancione: cosa si può fare e cosa no

Partiamo dalla capacità di monitoraggio che comprende il numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data inizio sintomi sul totale di casi sintomatici notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo; il numero di casi notificati per mese con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla Terapia intensiva) in cui è indicata la data di ricovero sul totale di casi con storia di ricovero in ospedale (in reparti diversi dalla Ti) notificati al sistema di sorveglianza nello stesso periodo; il numero di casi notificati per mese con storia di trasferimento o ricovero in reparto di terapia intensiva (Ti) in cui è indicata la data di trasferimento o ricovero in Ti sul totale dei casi notificati. E, ancora, il numero di casi notificati per mese in cui è riportato il comune di domicilio o residenza sul totale. A questi primi punti se ne aggiungono due opzionali sul numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali sociosanitarie e quante con almeno una criticità. 

Per quanto riguarda la capacità di accertamento diagnostico e gestione dei contatti, ci si basa innanzitutto sulla percentuale di tamponi positivi escludendo per quanto possibile tutte le attività di screening e il “re-testing” degli stessi soggetti, complessivamente e per macro-setting (territoriale, pronto soccorso, ospedale, altro) per mese. Ma si chiede di indicare anche il tempo tra la data inizio dei sintomi e quella di diagnosi; il tempo tra la data di inizio dei sintomi e quella di isolamento (opzionale).

Lo studio dell'università: "Sicilia peggio della Campania"

Già lo scorso 20 ottobre PalermoToday aveva pubblicato uno studio dell'università di Palermo, un modello statistico messo a punto da un team di ricercatori del Dipartimento di Scienze economiche, aziendali e statistiche che ha l'obiettivo di analizzare l'andamento della malattia e che sfrutta anche un indicatore nuovo e più preciso del semplice numero dei casi positivi, ovvero la percentuale reale di contagiati rispetto ai tamponi effettuati ogni giorno. Da questo modello si notava come nell'Isola, non solo la crescita dell'epidemia era maggiore rispetto a quella nazionale, ma anche - addirittura - rispetto alla Campania, cioè a una delle aree dove il governatore Vincenzo De Luca è arrivato a chiudere le scuole e a minacciare blocchi stringenti.

Il colore di una regione passa anche dall'organizzazione del servizio sanitario e dalla sua tenuta sotto stress. Ciò significa parametrare la diffusione della pandemia a numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracìng. Ma anche alle attività di prelievo/invio ai laboratori di riferimento e monitoraggio dei contatti stretti e dei casi posti rispettivamente in quarantena e isolamento. E ancora al numero di casi confermati di infezione nella regione per cui sia stata effettuata una regolare indagine epidemiologica con ricerca dei contatti stretti/totale di nuovi casi di infezione confermati.

I casi riportati alla Protezione civile negli ultimi 14 giorni, altro parametro, vengono presi in considerazione per misurare la tenuta del sistema sanitario, assieme all'Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss (si utilizzeranno due indicatori, basati su data inizio sintomi e data di ospedalizzazione); il numero di casi riportati alla sorveglianza sentinella Covid-net per settimana (opzionale); il numero di casi per data diagnosi e per data inizio sintomi riportati alla sorveglianza integrata Covid per giorno; i nuovi focolai di trasmissione (2 o più casi epidemiologicamente collegati tra loro o un aumento inatteso nel numero di casi in un tempo e luogo definito); di nuovi casi di infezione confermata da SARS-CoV-2 per Regione non associati a catene di trasmissione note; gli accessi al pronto soccorso con classificazione ICD-9 compatibile con sintomi riconducibili al Covid (opzionale). Infine si valuta il tasso di occupazione dei posti letto totali di terapia intensiva e l'occupazione dei posti letto totali di area medica per pazienti Covid.

La reazione infastidita di Musumeci che parla di "scelta assurda e irragionevole" non intacca le scelte del Governo. Non c'è margine di trattativa. Almeno fino al 20 novembre non potrà cambiare nulla, la Sicilia resterà zona arancione. In quella data il ministro della Salute Roberto Speranza e il premier Giuseppe Conte analizzeranno la situazione dell'Isola tenendo come punto di riferimento i dati della settimana precedente. Se quanto annunciato ieri dall'assessore regionale alla Salute (oltre 3.600 nuovi posti letto negli ospedali dedicati ai malati Covid) sarà messo in pratica, e se la curva dei contagi dovesse restere stabile, allora la Sicilia avrebbe qualche possibilità di passare zona gialla. 


 

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