Polemiche su scarcerazione boss, il virus non c'entra e non spalanca le porte del 41 bis

Sui domiciliari a Francesco Bonura e Giuseppe Sansone si è alzato un polverone, ma il primo li ha ottenuti per gravi motivi di salute e per il secondo non si conoscono ancora le motivazioni. Una circolare del Dap, con i nomi di pericolosi boss, definita come l'ok alle liberazioni è in realtà soltanto un monitoraggio

Foto archivio

Il Coronavirus ha ben poco a che vedere con la concessione degli arresti domiciliari da parte del tribunale di sorveglianza di Milano (epicentro dell’epidemia) al boss Francesco Bonura, 78 anni, che sta scontando gli ultimi mesi di una condanna definitiva a 18 anni e 8 mesi. Non è dato sapere al momento quanto possa aver pesato il Covid-19 sulla stessa disposizione adottata invece dal tribunale del riesame di Palermo per Giuseppe Sansone, che era in carcere - in custodia cautelare e non per scontare una pena - dopo l’arresto nel blitz “Cupola 2.0” del dicembre 2018: le motivazioni della decisione, infatti, non sono state ancora depositate. Il Coronavirus c’entra invece con certezza nella morte di Vincenzo Sucato, 76 anni, affetto da diverse patologie e arrestato pure lui con “Cupola 2.0”, con l’accusa di essere stato a capo della famiglia mafiosa di Misilmeri, e deceduto a Bologna il primo aprile: il primo detenuto morto di Covid-19 in Italia.

Le polemiche

Dopo il polverone sollevato ieri che ha fatto urlare allo scandalo e persino dare per certe le scarcerazioni di boss spietati di Cosa nostra, sepolti da tempo dagli ergastoli al 41 bis, come Leoluca Bagarella e Nino Rotolo, quello che alcuni commentatori (politici e non) hanno perso di vista sono i fatti. E per conoscerli, basta leggere gli atti. Invece la polemica è divampata (con un Matteo Salvini pronto a cavalcarla) ed ha determinato il solito scontro fazioso. Basato alla fine quasi sul nulla. Un susseguirsi di prese di posizione a mezzo stampa e un inevitabile dibattito (a tratti delirante, a tratti volgare) anche sui social, dove principi fondamentali come la libertà e il diritto alla salute – riconosciuti dalla Costituzione ad ogni cittadino, anche ai mafiosi – sono diventati banali orpelli. O comunque, secondo certuni, non potrebbero valere (a dispetto di tutto il nostro ordinamento) per i boss.

Il "caso" Bonura

Bonura - come hanno spiegato chiaramente i suoi avvocati  Giovanni Di Benedetto e Flavio Sinatra - ha già avuto un tumore ed altre gravi patologie, attualmente i marcatori indicherebbero una recrudescenza proprio del cancro. I giudici hanno deciso di concedergli i domiciliari ricorrendo alla “normativa ordinaria applicabile a tutti i detenuti, anche condannati per reati gravissimi – come hanno precisato ieri – a tutela dei diritti costituzionali alla salute e all’umanità della pena”. Bonura va ai domiciliari quindi per gravi motivi di salute e “tenuto conto anche dell’emergenza sanitaria”. Anche, non “solo”. In passato altre istanze di liberazione erano state negate, ma adesso gli mancano 9 mesi al fine pena e per tornare, dunque, del tutto libero. Non vi sarebbe pericolo di fuga (la condanna è praticamente finita) e di reiterazione del reato (è malato). A tutto questo si aggiunge che per la sua età e proprio per le sue condizioni di salute precarie sarebbe anche un soggetto maggiormente a rischio rispetto al Covid-19. Chi grida allo scandalo ritiene forse migliore la fine di Sucato, che nonostante le richieste di scarcerazione presentate dal suo avvocato, Domenico La Blasca, proprio perché a 76 anni era affetto da vari problemi di salute, tra cui difficoltà respiratorie, è morto da detenuto per il virus?

Il "caso" Sansone

Sul caso (allo stato inesistente) di Sansone è impossibile affermare che abbia ottenuto i domiciliari per via del Coronavirus, visto che le motivazioni della decisione non sono state ancora depositate dai giudici. Come hanno puntualizzato ieri i suoi avvocati, Giovanni Rizzuti e Marco Giunta, Sansone “è in attesa di giudizio e, come tale, risulta assistito dalla presunzione di non colpevolezza e nei suoi confronti non è stata mai anche soltanto ipotizzata una partecipazione al sodalizio mafioso aggravata dal ruolo di capo o promotore. Sansone, quasi settantenne ed affetto da patologie, in assenza quindi di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, avrebbe dovuto per legge essere ammesso agli arresti domiciliari, al pari di altri suoi coindagati in posizioni analoghe”.

La circolare del Dap e il 41 bis

Quanto al paventato pericolo di scarcerazione di pericolosi e sanguinari boss reclusi al 41 bis, alla base c’è una circolare del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) che tuttavia è stata – nella miglior delle ipotesi – interpretata male. In primo luogo occorre chiarire che sono sempre dei giudici a decidere su eventuali scarcerazioni e non il Dap da solo. La circolare è nata dopo che in uno dei decreti emergenziali (il “Cura Italia”) si è stabilita la possibilità di concedere i domiciliari ai detenuti per reati lievi e comunque con meno di un anno e mezzo di reclusione da scontare. In Italia le carceri sono notoriamente sovraffollate ed è evidente che in un contesto simile la possibilità di contagio da Covid-19 si moltiplica considerevolmente ed è proprio per questo che si è pensato- dove possibile - di ridurre le presenze.

Il Dap si è dunque mosso ed ha chiesto a tutti i penitenziari di segnalare i detenuti con un’età superiore ai 70 anni e affetti da patologie, cioè i soggetti più a rischio in caso di Covid. L’obiettivo era poi di comunicare i casi “con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali” - eventuali, è bene sottolinearlo - “determinazioni di competenza”. Inevitabile che in questa lista possano essere finiti i nomi di vecchi boss come Bagarella o Pippo Calò, ma il fatto che i loro nomi (come quelli di altri) vi figurano non significa certamente di per sé che lasceranno il carcere, come in tanti hanno titolato ieri. Peraltro, il Dap ha precisato che si tratta di un “semplice monitoraggio con informazioni per i magistrati sul numero dei detenuti in determinate condizioni di salute e di età, comprensive di eventuali relazioni inerenti la pericolosità dei soggetti, che non ha, né mai potrebbe avere, alcun automatismo in termini di scarcerazione”. Invece per tanti – troppi – è scattato l’automatismo e l’equazione errata tra “mafioso inserito nella lista” e “arresti domiciliari”.

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