La psicologa: "Il virus ci apre alla dimensione dell'invisibile, dove non si vede bene che col cuore"

Per Marika Di Trapani "adesso siamo obbligati a considerare un essere minuscolo come il Covid-19 come parte essenziale delle nostre vite" ed è proprio per questo che nella drammaticità della pandemia possono venire fuori parti di noi finora ignorate o soffocate. "Potrebbe essere la base di un cambiamento epocale"

Marika Di Trapani

“L’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore”, è questo uno dei passaggi cruciali de “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, una frase in cui quasi tutti si sono imbattuti almeno una volta nella vita. E, secondo la psicologa e psicoterapeuta palermitana Marika Di Trapani, l’esperienza drammatica determinata dalla pandemia può essere davvero l’occasione di scoprirne il senso profondo: il virus ci mette infatti proprio di fronte alla dimensione dell’invisibile e ci offre quindi la possibilità di dare veramente voce agli occhi del cuore. Un’opportunità che, se recepita individualmente, potrebbe essere anche la base di un cambiamento sociale epocale.

Cosa può insegnarci questa pandemia sul piano della nostra interiorità?
“Il Covid-19 ci porta a considerare l’invisibile come una dimensione concreta, quasi tangibile, innegabile. Siamo costretti a considerare un piccolissimo essere, un virus, una parte essenziale delle nostre vite e questo ci spinge a vedere oltre, a guardare e a considerare quanto fino ad oggi è sempre esistito ma che abbiamo lentamente ed inesorabilmente messo da parte”.

Un virus, subdolo e letale come il Covid-19, che sta devastando il pianeta, può essere dunque un’opportunità? Ai più questa sembrerà una provocazione...
“Sì, può essere un’opportunità ed occorre considerare la duplice natura del virus: può essere mortale, se non per noi stessi, per i nostri cari e questo è terribile. Ma è anche una minaccia da cui ci si può difendere incanalando la nostra voglia di vincere, di potere e di dominare il nemico invisibile, in azioni costruttive e volte alla protezione della vita. Il nemico non si vede, non si può schiacciare come avremmo fatto con armamenti supersofisticati e superdistruttivi. Il nemico si può quindi debellare solo conoscendolo e soltanto unendoci stretti per proteggercene e depotenziarne la carica distruttiva”.

Sta dicendo che di fronte al nemico invisibile possiamo mettere in campo parti di noi che sinora abbiamo tralasciato, se non addirittura soffocato?
“Esatto. Se iniziamo a considerare concreto e tangibile l’invisibile, dovremo dare dignità di esistenza anche alle emozioni, all’etica, ai legami, al male, al bene, all’odio, all’amore, solo per citare le macrocategorie. Aprire la dimensione dell’ascolto dell’invisibile ci conduce ad iniziare ad aprire la porta del cuore. In una società fondata sulle divisioni, sulle dicotomie, sul razionale e l’irrazionale, sul bianco e sul nero, avviare un processo di integrazione della modalità di percepire ed organizzare l’esperienza è un cambiamento davvero epocale. Il cuore è un occhio impietoso e vero, non ammette ambiguità, equivoci, fraintendimenti e la dimensione dell’invisibile non è né bella, né brutta, né giusta né sbagliata: è e basta. Non ci sono divisioni e/o dicotomie, c’è l’autenticità dell’essere che si esprime e che impara a dialogare”.

Quindi da una situazione estremamente drammatica potrebbe nascere un mondo nuovo?
“Sembra un paradosso, ma potrebbe essere una rivoluzione. Quella che oggi si offre a noi così prepotentemente è una prospettiva nuova, che non può non essere considerata. Può servire forse a rischiarare le menti offuscate che ci hanno visto rilevare nel controllo e nel dominio degli aspetti più fragili, compresi i nostri, l’unico modo di ‘prenderci cura’. Una prospettiva così nuova che ci sta perfino facendo amare di più le nostre debolezze e desiderare di abbracciarci per esempio, non in modo freddo e scontato, ma in modo invece da sentire, da stare attenti al toccare, all’essere con, all’ascoltare il ritmo di quanto sta accadendo. Il desiderio inizia ad includere il bisogno, ci attraversa, diventa impetuoso e al contempo contenibile. Perché dobbiamo contenerlo, dobbiamo restare a casa e dobbiamo imparare a rimandare il soddisfacimento invece di avere tutto e subito, finendo col non avere più niente”.

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Questa esperienza, che ci porta necessariamente a passare dalla dimensione del bisogno a quella del desiderio, scoprendo anche un fluire del tempo completamente diverso, potrebbe quindi essere una ricchezza da coltivare anche quando il peggio sarà passato. Ma quanto siamo realmente pronti a vivere un’avventura simile, che rimette in gioco tante comode certezze?
“Per alcuni sarà semplice, per molti temo invece di no. Anzi, per chi già aveva un’organizzazione mentale del sé non pronta al dialogo e alla fiducia, al contatto profondo con l’altro, la pandemia può acuire le fobie e diventare addirittura una conferma di una loro fondatezza: l’altro, secondo questa tendenza, è effettivamente un untore, un pericolo, quindi a maggior ragione va evitato. Se invece sapremo fare tesoro di questa esperienza potremo davvero dare parola anche al cuore e a tutto ciò che nel bene e nel male si trascina”. 

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