Saracinesche alzate e luci accese, flashmob di ristoranti e pub: "Meglio chiusi, che norme assurde"

Sono già un centinaio le attività che aderiranno all'iniziativa #RisorgiamoItalia, in programma martedì alle ore 21 in tutta Italia. Il giorno dopo la consegna delle chiavi dei locali al sindaco Orlando affinché le porti al governo. "Abbiamo terrore a riaprire, siamo nel panico"

Alzeranno per l'ultima volta quelle saracinesche, abbassate da un mese e mezzo per i decreti anti Covid, accenderanno le luci per illuminare strade e vicoli di speranza e poi le chiuderanno, consegnando le chiavi delle loro attività al sindaco Orlando perché le faccia arrivare sui tavoli del Governo.

Anche ristoranti e pub di Palermo aderiscono a #RisorgiamoItalia, l'iniziativa nazionale che martedì 28 aprile alle 21 in punto vedrà aprire simbolicamente tutte insieme migliaia di attività di ristorazione in una protesta silenziosa e pacifica per esprimere la volontà di tornare in piena attività e il rifiuto di un'apertura che le consegni a fallimento. E sono già un centinaio, ma le adesioni sull'evento Facebook crescono di minuto in minuto, i ristoratori e somministratori del capoluogo che parteciperanno al flashmob del settore Horeca (acronimo di hotellerie, restaurant, catering). Sulle vetrine e sui prospetti di ogni locale sarà visibile un cartello di unione ed esortazione nonché messaggi, fotografie e video per sensibilizzare l'opinione pubblica sul momento critico che stanno affrontando.

"Questo evento - dice Francesco Carnevale, titolare di Balata, in via Roma - è un tentativo di porre al centro del dibattito nazionale la drammatica situazione di un settore che mette in moto l'economia e che in questo momento è nel panico. Non sappiamo quali saranno le modalità di apertura, i tempi ma soprattutto come si svilupperà nei prossimi mesi, se non anni, la gestione del nostro lavoro. Io non sono critico nei confronti delle strategie messe in moto dallo Stato, semmai verso la burocrazia, che però era così anche in fase pre-Covid. Ciò che ci preoccupa è la confusione, ad esempio il fatto che si mette insieme il ristoratore di Milano con quello di Palermo e che il distanziamento sociale non sia ancora molto chiaro. Se ci fanno aprire troppo presto con migliaia di limiti sarà un danno per noi. Rientrerebbero i ragazzi dalla cassa integrazione, i padroni di casa ci chiederebbero un affitto elevato, per non parlare delle spese di luce, acqua e gas e degli investimenti necessari. Se accendi la macchina in queste condizioni è sicuro che andrai in perdita. L'invito è dunque di farci aprire al momento giusto ma con regole chiare che ci permettano di organizzare al meglio i servizi, con un fondo perduto e liberando la burocrazia. Bisogna creare un corridoio per arrivare in sicurezza alla primavera del prossimo anno altrimenti molti non ce la faranno. Il Paese deve rimettersi a correre ma se lo fa con una gamba stremata, non abbiamo dove andare". 

Se produrre e regalare emozioni è la loro missione, oggi più che mai è difficile per loro trovare la forza di sorridere per far stare bene gli altri. Lo sa bene Francesco Pedone, giovane titolare di Wanderlust, pub e centro di aggregazione inaugurato in via Grande Lattarini solo a gennaio di quest'anno. "Inutile dire - racconta a PalermoToday - che per me è veramente uno strazio. Anche perchè pur volendo accedere al prestito, dopo 2 mesi le startup (che non possono dichiarare un bilancio 2019) non possono accedere al fondo. Utenze e affitto non sospesi e tasse rinviate a fine mese. Poi ovviamente avevo ancora debiti da inizio attività per non parlare del fatto che il primo anno è praticamente solo di spesa. Personalmente ritengo che non solo le misure siano insufficienti ma che questo decreto ignori totalmente le startup che non hanno nessun prestito garantito dalla banca. Si parla sempre di investire sui giovani e poi si lasciano abbandonati. Poi ci lamentiamo che emigrano all'estero? 

Attività chiuse per decreto, ricavi azzerati e consapevolezza che per loro restare a casa significa non lavorare. "Vogliamo manifestare - si legge sulla pagina dell'iniziativa - in migliaia la delusione di chi è stato lasciato solo con le proprie spese, i dipendenti, gli impegni economici pregressi e le incertezze future. A fronte della nostra grande disponibilità, l’azione del governo fino ad oggi si è dimostrata tardiva ed insufficiente. Ci è stata premessa liquidità e non ci sono arrivate neanche le dovute garanzie. Quando si parla di 'fase due' o 'fase tre', vengono contemplati parametri insostenibili, distanze incolmabili con una riduzione del 70% dei coperti disponibili e tutte le responsabilità a carico dei gestori. Aprire con il 30/40% dei ricavi ed il 100% dei costi. Per i locali di pubblico spettacolo la data della riapertura non è nemmeno al orizzonte. Questo è un gioco al massacro cui non vogliamo partecipare. Senza le dovute garanzie non riapriremo". 

Difficoltà che conosce bene Nello Occhipinti, titolare di Verdechiaro, l'attività di piazza Leoni che aveva dovuto chiudere i battenti lo scorso settembre a causa di un incendio causato da una fuga di gas e che in questi mesi, tra tante iniziative di solidarietà, stava raccogliendo i cocci per prepararsi a riaprire. "La presenza di Verdechiaro e dei miei colleghi di settore al flashmob - dice - è per noi tutti la risposta pacifica e senza alcuna bandiera politica al totale abbandono delle istituzioni che sicuramente non sono riuscite a interpretare correttamente quelli che sono i reali problemi che attanagliano e limitano tutto il comparto Horeca. La riapertura a queste condizioni svaluta e condanna le nostre attività a un sicuro fallimento sia produttivo sia di qualità professionale della vita di tutti i ristoratori". 

La mattina del giorno successivo, mercoledì 29, una piccola delegazione di ristoratori dotati di tutti i dispositivi di protezione individuale e nel rispetto delle norme di distanziamento sociale, consegnerà al Comune le chiavi delle attività al primo cittadino "perché - dicono - le rovesci sul tavolo del Governo". E da una dei luoghi simbolo della movida, piazza Rivoluzione, Marco Mineo, titolare del Cavù, lancia il suo grido di disperazione. "Per noi questo periodo si sta rivelando una tragedia da ogni punto di vista, economico e psicologico. Siamo chiusi dall'8 marzo e ogni attività da quel giorno a oggi ha avuto esborsi enormi. Personalmente io più di 20 mila euro e senza incassare un euro si sono prosciugati i pochi soldi sul conto. Siamo tutti in rosso e siamo andati a chiedere aiuto a parenti e amici ma ancora nn sappiamo nulla sul futuro. Molti non apriranno più e quelli che rialzeranno le saracinesche se non arrivano aiuti presto, saranno costretti a licenziare e dimezzare i dipendenti, se va bene... Non è stato fatto nulla di quello che era stato prospettato. Affitti, bollette, finanziamenti, assegni merce: nulla è stato bloccato e da maggio arrivano le tasse rinviate con le more. Così non può funzionare. Da questa iniziativa non mi aspetto molto, è un grido di disperazione, con la speranza di essere ascoltati". 

La paura di restare chiusi e il terrore di riaprire anche nelle parole di Mimmo Dispenza dello Zammù. "E' un modo per attirare l'attenzione sul nostro settore perché quello che chiediamo è sì una ripaertura perché più tempo rimaniamo chiusi più la cosa si fa devastante la non deve essere riapertura indiscriminata. Ogni settore va gestito secondo esigenze specifiche. Io, del settore aggregazione, devo essere messo nelle condizioni di riaprire. In primis c'è la quesione spazio. A Milano hanno aumentato il suolo pubblico. Uscire, bere un bicchiere di birra o mangiare una pizza deve restare qualcosa di piacevole, altrimenti si rischia che il problema si faccia più grande di quello che è. Se io devo mantenere un tot numero di persone per la quadratura del mio locale, probabilmente a pagare le spese a fine mese. O siamo messi nelle condizioni di ripartire o almeno di rimanese chiusi. non possiamo stare col dubbio che la gente lo veda davvero come un piacere e che ci venga a trovare. Siamo tra due fuochi e vogliamo che il settore venga trattato con le sue specificità". 

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