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Cronaca

Storie da Covid: "Rientrato in Sicilia seguendo le regole, da giorni isolato aspetto tampone"

La denuncia di un biochimico palermitano: "Sono tornato da Roma il 16 marzo, sto bene e ho seguito tutte le procedure previste dall'ordinanza. Nessuno vuole venirmi a fare il test e sono sequestrato in casa". Un altro caso: "Mia madre in quarantena e abbandonata, i rifiuti la stanno sommergendo"

Un biochimico rientrato dal Nord Italia e la moglie di una delle vittime della pandemia, due vicende molto diverse ma accomunate da un destino comune: quello di essere costretti a restare in casa. A quasi un mese dal decreto anti contagio firmato dal premier Giuseppe Conte per frenare l’avanzata del Coronavirus i nodi della difficile gestione dell’emergenza iniziano a venire al pettine. “Sono rientrato da Roma il 16 marzo - racconta a PalermoToday Roberto Favata, di professione biochimico - e ho seguito tutte le procedure previste dall’ordinanza retroattiva firmata dal presidente Musumeci giorno 20. Da giorni è scaduto il mio isolamento volontario ma nessuno vuole venire a farmi il tampone e sono bloccato, sequestrato in casa mia”.

Proprio nelle ultime ore di questa lunga attesa il Comune ha dato le prime indicazioni per coloro che sono rientrati in Sicilia dall’estero o da altre regioni e che si sono autodenunciati per potere rientrare in totale sicurezza e senza il rischio di diffondere il virus: devono sottoporsi al tampone. Gli esami "dovranno essere eseguiti presso le strutture individuate dall'Azienda sanitaria locale che informerà i diretti interessati". Come? “Dovranno recarsi da soli, con la propria auto, curando che non vi sia alcun altro soggetto a bordo e senza mai scendere dal veicolo, affinché il personale incaricato - continua la nota - possa procedere al prelievo del materiale organico. I risultati saranno comunicati entro 48 ore. Qualora sia impossibile per i cittadini interessati recarsi presso i centri di prelievo, ciò dovrà essere comunicato all’Asp per l'attivazione del prelievo a domicilio".

Una decisione che, per chi ritiene di aver subito un "trattamento assurdo frutto di incapacità gestionale", arriva comunque in maniera tardiva: "Sin dal mio rientro - aggiunge Favata - ho goduto di ottima salute, mi sono iscritto alla web app ‘Sicilia si cura’ fornendo aggiornamenti quotidiani, ho scritto più volte all’Asp prima e dopo la fine del mio isolamento volontario e non ho avuto risposte. Sono un biochimico, ho bisogno di uscire per ragioni di lavoro perché mi occupo della manutenzione di dispositivi di classe medica 1. In centinaia, forse migliaia, ci troviamo in questa situazione, segregati in casa perché la Regione non si è organizzata per tempo e non ha previsto una procedura che ci consentisse di uscire da questa situazione paradossale. C’è gente che rischia il posto di lavoro perché ancora non può uscire da casa".

Se l’isolamento del biochimico palermitano rientra fra quelli necessari per chi è rientrato dal Nord o dall’estero, c’è chi si trova in casa dopo essersi visto strappare l’amore di una vita dal Covid-19. “Mio padre - racconta a PalermoToday - è deceduto a causa del Coronavirus nonostante non avesse alcuna patologia lo scorso 25 marzo. Mia madre è residente a Palermo e si trova in isolamento, le hanno fatto il tampone ed è risultata positiva. L’esito è arrivato il 31, data in cui sono scattati gli altri 15 giorni di isolamento obbligatorio”. Come se non bastasse la donna rischia di essere seppellita dai propri rifiuti: “Si trova da sola e i rifiuti organici sono ormai in avanzato stato di decomposizione. Ho chiesto aiuto tramite Pec - conclude il figlio - alla Protezione civile, alla Regione, al Comune, alla Rap, alla Croce rossa italiana, alla polizia municipale e all’Asp ma nessuno si fa carico di questo problema. Ognuno mi dice che non è di loro competenza e non mi aiutano”.

Storie di disagi comuni anche ad altri palermitani: "Io mi trovato in Trentino per un lavoro che ho pure perso a causa dell’emergenza. Sono rientrato il 17 marzo e ho seguito tutta la procedura. Ogni giorno chiamo l’Asp e i centralinisti non sanno che dirmi. A un certo punto capisco che forse dovremmo recarci noi da loro per il tampone. Allora ho posto un altro problema: se ho macchina rotta, che avrei dovuto aggiustare una volta arrivato a Palermo, come faccio ad andare in ospedale? Mi è stato detto di prendere l’autobus. Oppure, come consigliatomi forzando un po' la procedura, dovrei farmi accompagnare da mia madre che però non avrebbe alcuna giustificazione per accompagnarmi. Sicuramente dovrò fare così e se mi vorranno denunciare me ne farò una ragione. Avrei anche una certa 'fretta' di fare il tampone anche perché fra due settimane mia figlia compie 2 anni e non vorrei essere un asintomatico che rischia di infettare sia lei sia mia moglie".

Come il lavoratore rientrato dal Trentino anche un altro siciliano arrivato dalla Valle d’Aosta sta vivendo lo stessa situazione. "Mi chiamo Alberto e sono residente nella provincia di Palermo. Essendo uno stagionale nel settore della ristorazione il 13 marzo sono stato licenziato dal ristorante per cui lavoravo a Courmayeur. Dopo il licenziamento mi sono organizzato per rientrare e dopo varie peripezie sono tornato in Sicilia il 15. Quel giorno mi sono registrato e da allora mi trovo in autoisolamento. Ho superato le due settimane fatidiche di quarantena e non so quando e come mi faranno il tampone. Tutti i numeri messi a disposizione dei cittadini sono irraggiungibili, l’unico modo per comunicare con l’Asp è inviare una mail e sperare in una risposta. Ma la risposta è: siamo in fase di organizzazione. Cosa dico a mia moglie e ai miei quattro figli? Che la Sicilia come sempre è un passo indietro o forse più rispetto agli altri".

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