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Vincenzo Sucato - foto Ansa

Vincenzo Sucato - foto Ansa

Presunto boss di Misilmeri morto in carcere per Coronavirus, s'indaga per omicidio colposo

Vincenzo Sucato, gravemente malato e recluso a Bologna, era risultato positivo al Covid-19 ed era deceduto ad aprile. Il suo avvocato aveva chiesto i domiciliari ma senza esito. La famiglia ha presentato una denuncia, ipotizzando che il detenuto non abbia ricevuto una corretta assistenza

L’avevano preannunciato e ora l’hanno fatto: la famiglia di Vincenzo Sucato, 76 anni, accusato di essere stato a capo della famiglia mafiosa di Misilmeri e deceduto in carcere per Covid-19 il primo aprile (il primo caso in Italia), ha presentato un esposto alla Procura di Bologna. Nella denuncia, l’avvocato Domenico La Blasca, che difende i parenti della vittima, ipotizza l’omicidio colposo e delle omissioni, soprattutto da parte del carcere della Dozza, dove l’indagato era detenuto, in relazione al modo in cui sarebbe stato assistito da un punto di vista sanitario.

Mentre continuano ad imperversare le polemiche sulle presunte scarcerazioni facili, con liste di nomi di personaggi più o meno pericolosi che starebbero approfittando del coronavirus per ottenere i domiciliari (in molti casi, però, sta emergendo che la pandemia alla fine c’entra poco o nulla) parte quindi un’inchiesta per un detenuto che i domiciliari per gravi motivi di salute li aveva chiesti più volte, ma senza esito. O meglio, gli erano stati finalmente concessi tre giorni prima di morire in ospedale.

Sucato, già condannato per mafia una quindicina di anni fa, era stato arrestato a dicembre del 2018 nel blitz “Cupola 2.0” dei carabinieri. Era in attesa di giudizio assieme, tra gli altri, al vecchio boss di Pagliarelli, Settimo Mineo, ritenuto il nuovo capo della Commissione provinciale di Cosa nostra, al quale proprio due giorni fa il gup Rosario Di Gioia ha negato la scarcerazione per motivi di salute, lasciandolo quindi recluso al 41 bis nel carcere di Sassari. Sucato era cardiopatico, diabetico e aveva problemi polmonari, era dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di contagio. E infatti è stato proprio il Covid-19 a stroncarlo.

Già da mesi, prima ancora che scoppiasse la pandemia, il suo avvocato aveva presentato istanze di scarcerazione per gravi motivi di salute. Il gip di Palermo aveva anche disposto una perizia per accertare le sue condizioni, all’esito della quale le sue patologie erano state così certificate. Patologie, questo sostiene la famiglia, di cui il carcere bolognese sarebbe stato quindi perfettamente a conoscenza, quando a fine febbraio era scattato l’allarme coronavirus,, al quale poi Sucato era risultato positivo.

Il 24 marzo l'avvocato La Blasca si era nuovamente attivato per chiedere i domiciliari e nei due giorni successivi, il gip Filippo Serio aveva sollecitato una relazione da parte del carcere della Dozza. Il 27 Sucato aveva partecipato in videocollegamento all’udienza di “Cupola 2.0” ed era stato poi accompagnato dalla polizia penitenziaria all’ospedale Sant’Orsola. Il sospetto che potesse aver contratto il Covid-19 era così diventato certezza e Sucato era finito in terapia intensiva. Il 30 marzo il gip gli aveva concesso finalmente i domiciliari, da eseguirsi temporaneamente in ospedale, con un’ordinanza. Ma nella notte successiva Sucato era spirato. L’indagine avviata ora, dopo la denuncia della famiglia, servirà a chiarire se vi siano state responsabilità nel decesso, ovvero se questa morte in carcere si sarebbe potuta evitare. 

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