Venerdì, 22 Ottobre 2021
Cronaca

Detenuto morto con il Coronavirus, la famiglia adesso valuta di denunciare il carcere

Vincenzo Sucato, 76 anni, accusato di essere stato a capo del clan di Misilmeri, era cardiopatico, diabetico e affetto da problemi ai polmoni: un soggetto estremamente a rischio in caso di contagio. Il suo avvocato aveva chiesto la liberazione il 24 marzo, ottenendo i domiciliari solo il 30

Il carcere Dozza di Bologna sarebbe stato perfettamente al corrente delle gravi condizioni di salute del primo detenuto deceduto per Covid-19, Vincenzo Sucato, 76 anni, accusato di essere a capo della famiglia mafiosa di Misilmeri, e che le patologie di cui era affetto lo avrebbero reso particolarmente a rischio se il virus si fosse diffuso – come è avvenuto – tra le celle. Ed è per questo che la famiglia di Sucato, assistita dall’avvocato Domenico La Blasca, sta valutando di presentare una denuncia contro l’istituto penitenziario.

Sucato era stato arrestato, assieme al figlio, Giusto, a dicembre del 2018 nell’ambito dell’operazione “Cupola 2.0” dei carabinieri e più volte il suo avvocato ne aveva chiesto la scarcerazione per motivi di salute. Il gip, mesi fa, aveva pure disposto una perizia, che aveva certificato che il detenuto fosse cardiopatico, diabetico e anche affetto da problemi polmonari. Il carcere di Bologna, però, aveva affermato di essere nelle condizioni di assicurargli tutte le cure e per questo il giudice lo aveva lasciato in cella. Quando è scoppiata l’epidemia (che non a caso aveva scatenato una fortissima protesta proprio nelle carceri), il difensore di Sucato si era nuovamente attivato, sapendo che il suo assistito, già condannato anni fa per mafia, era tra i soggetti più a rischio. 

Il 24 marzo scorso era stata presentata una nuova istanza di scarcerazione ed era stato il giudice Filippo Serio a dover sollecitare per ben due volte, il 25 ed il 27, al carcere di Bologna una relazione sullo stato di salute di Sucato. Proprio il 27, peraltro, l’imputato aveva partecipato all’udienza del processo “Cupola 2.0”, al termine della quale era stato portato dalla polizia penitenziaria all’ospedale Sant’Orsola, seguendo il percorso per i sospetti casi di Covid-19. Dopo gli accertamenti, Sucato era risultato positivo al virus. Le sue condizioni si erano aggravate rapidamente e per questo era stato trasferito in terapia intensiva. Lunedì scorso era poi arrivata l’ordinanza del giudice, con la quale erano stati concessi gli arresti domiciliari, da eseguirsi temporaneamente proprio nell’ospedale bolognese. Nella notte tra mercoledì e giovedì, però, Sucato è morto.

A parere dell’avvocato, quindi, il carcere avrebbe saputo da mesi – sulla scorta della perizia – a quali rischi fosse esposto il detenuto e si sarebbe dovuto intervenire prima. Da qui l’ipotesi di presentare un esposto per vagliare eventuali responsabilità da parte della Dozza. 
In carcere Sucato sarebbe entrato in contatto con tante persone, non solo il suo compagno di cella, ma anche altri detenuti, nonché col personale dell’infermeria e con gli agenti della polizia penitenziaria. Il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha assicurato che “tutte le persone entrate in contatto con lui sono state poste in isolamento”. Ma da più parti si teme che il contagio possa essersi allargato. E l’allarme su un’ipotesi del genere è stato lanciato reiteratamente e con forza nelle scorse settimane dagli avvocati, ma anche dal Garante per i diritti del detenuto, Giovanni Fiandaca, nonché dai sindacati della polizia penitenziaria.

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