I politici siciliani e la comunicazione ai tempi del Coronavirus, l'esperto li promuove

Il professore Michele Cometa, direttore del dipartimento di Culture e società dell'università di Palermo: "Nonostante toni anche eccessivi non ci sono state stonature dal punto di vista delle responsabilità" e "i passi falsi sono inevitabili in un momento come questo in cui occorre calibrare bene i messaggi ansiogeni"

Razza, Orlando e Musumeci

I politici siciliani e la comunicazione ai tempi del Coronavirus. Sono chiari ed efficaci o generano solo confusione e ansia nei cittadini? Vogliono davvero tutelare la salute di tutti o cercano piuttosto il consenso elettorale? Sono alcune delle domande che PalermoToday ha posto al professore Michele Cometa, direttore del dipartimento di Culture e società dell'università di Palermo. Che promuove in buona parte il modo di porsi delle più importanti figure istituzionali, che si stanno muovendo peraltro in un contesto particolarmente complesso. Il docente mette inoltre in evidenza come in questo momento l'opinione pubblica sta riscoprendo i media tradizionali (giornali, tv ecc.) a scapito "degli apprendisti stregoni di Twitter e Facebook".

Quali criteri dovrebbe seguire in questo momento una comunicazione efficace sul piano politico?
"La comunicazione è efficace quando arriva a tutti e produce gli effetti desiderati. Facile a dirsi, ma non a farsi. Soprattutto in una situazione inedita come quella della pandemia che ci troviamo ad affrontare. È inevitabile dunque che si facciano errori e passi falsi. I teorici della comunicazione, invece di tranciare giudizi post festum, farebbero bene a collaborare con chi, per via del suo ruolo istituzionale, deve necessariamente intervenire pubblicamente. Sempre, ovviamente, che queste figure istituzionali abbiano l’umiltà di accogliere i consigli". 

Come stanno comunicando i politici siciliani? 
"Anche loro sono stati costretti a barcamenarsi tra responsabilità e competenza. Sul fronte della responsabilità non abbiamo assistito a stonature e anche quando si sono adottati toni eccessivi – spesso efficaci come nel caso del sindaco di Delia, dei De Luca (il siciliano e il campano) o del nostro Orlando che ha sapientemente alternato 'ordini' e 'ringraziamenti' – il messaggio è stato corretto. Del resto si fa ricorso a tecniche – il dialetto, il turpiloquio – di cui gli scienziati della comunicazione conoscono bene vantaggi e svantaggi. L’aspetto delle competenze pone invece i problemi che dicevamo prima: sono necessarie le competenze mediche, come dimostra lo scenario nazionale, e anche i politici locali farebbero bene a consultare e a esibire nella loro comunicazione il parere dei nostri medici. È un passaggio importante per essere precisi e al tempo stesso autorevoli. Altra questione è quella della competenza comunicativa. È chiaro che qui conta l’esperienza maturata negli anni: la forma comunica come e più del contenuto; dunque toni pacati, set adeguati, stringatezza nella retorica e precisione nella gestualità sono decisivi".

Tra il presidente della Regione, Nello Musumeci, che oggi per esempio dice: "Ci stiamo preparando al picco ma non sappiamo quando arriverà", il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che sembra molto più pacato, l'assessore regionale alla Sanità, Ruggero Razza, e il sindaco di Messina, Cateno De Luca, che ricorre persino ai droni con la sua voce registrata per minacciare i trasgressori, chi se la cava meglio?
"Se la cava meglio chi ci aiuta a calibrare l’ansia che è il vero nemico del momento. L’ansia è il sentimento dell’incertezza. L’ansia è ovviamente decisiva per la sopravvivenza. Ci induce a stare attenti, a rispettare le regole, a essere solidali con i nostri simili. Tuttavia un eccesso d’ansia diventa controproducente perché ci paralizza e ci induce a comportamenti irrazionali. I nostri politici dovrebbero tenere sempre in mente questo sottile confine".

Michele Cometa-2Il ricorso costante alle dirette su Facebook da parte dei politici è un bene o un male? Crea più chiarezza o confusione?
"Non si tratta di chiarezza o di confusione, ma del dovuto rispetto delle sedi istituzionali con cui il cittadino deve identificarsi, soprattutto in un momento in cui è richiesta la massima solidarietà nazionale. Spero che le critiche abbiano colto nel segno e che adesso non ci si lasci più intrappolare dal fascino dei social media. Del resto proprio questa crisi ha dimostrato che gli apprendisti stregoni di Twitter e Facebook non hanno quasi più nulla da dire… Chi è stato costruttore di paure adesso che la paura è un sentimento diffuso si trova in oggettiva difficolta. Aggiungo che la comunicazione riscopre in questi giorni le forme tradizionali: i giornali, i telegiornali e ovviamente le dirette dei politici dalle sedi istituzionali".

Dal suo punto di vista e sempre in base ai messaggi che vengono diffusi in questi giorni, si mira davvero a proteggere la salute dei cittadini o si cerca soprattutto il consenso?
"Purtroppo le due cose sono indissolubilmente legate: per proteggere i cittadini bisogna avere il consenso e farsi ascoltare. Sembra un paradosso ma non lo è".

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Cosa pensa del ricorso costante nel discorso pubblico alla metafora della guerra per affrontare l'epidemia? Visto che non siamo in guerra, ma chiusi in pigiama dentro casa... 
"La guerra c’entra poco o nulla. Certo negli ultimi anni molti Paesi del mondo si sono trovati a combattere contro nemici invisibili come il virus. E le metafore delle cellule dormienti, si pensi al terrorismo, hanno dominato anche le guerre reali. Ma qui è meglio che ci rendiamo conto che il nemico siamo noi stessi: quando permettiamo i salti di specie (dai pipistrelli agli uomini); quando distruggiamo gli ambienti di animali che senza il loro habitat sono costretti a 'trasferirsi' tra gli uomini; quando, direi nel nostro piccolo, sottofinanziamo il pubblico, ospedali compresi. Una volta uno studente tedesco mi scrisse in un tema che le catastrofi sono il prodotto dell’imprevidenza umana. Aveva ragione".

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