Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cronaca

#Ioapro, la ribellione dei ristoratori non prende Palermo: "Non alimentiamo illegalità"

Esercenti di tutta Italia manifestano contro le chiusure imposte dalle norme anti Covid ma il capoluogo si dissocia. Antonio Cottone, presidente della Fipe Confcommercio: "Chiedere ai nostri associati di agire contro legge non ci appartiene. Chiediamo invece alla politica ristori adeguati e controlli reali"

Tavoli apparecchiati e locali aperti al pubblico, fino alle 22 quando scatta il coprifuoco imposto per l'emergenza Covid. E' la protesta che domani sarà portata avanti da ristoratori di tutta Italia con lo slogan #Ioapro. Un modo per dire "No" alle misure del Governo, che ha deciso aperture "a singhiozzo" e ha vietato ormai da settimane accogliere i clienti per la cena. L'azione di "disobbedienza'" - ideata da un commerciante di Cagliari - arriva alla vigilia dell'entrata in vigore del nuovo Dpcm e viene rilanciata tramite i social da una punta all'altra dello Stivale. A Palermo però l'iniziativa trova un'accoglienza a dir poco "tiepida". L'orientamento è quello di non partecipare. "Non aderiamo. Chiedere ai nostri associati di fare qualcosa di illegale non ci appartiene - spiega a PalermoToday Antonio Cottone, presidente della Fipe Confcommercio Palermo e titolare de La Braciera -. Ci siamo dissociati a livello nazionale e locale. Non la riteniamo una forma di protesta giusta e oltretutto comporterebbe un esborso di denaro. Aprire per noi ha un costo reale e dovremmo mettere in conto anche eventuali sanzioni".

"Mi avete chiesto se domani 15 gennaio apriremo per protesta - scrive sui social Patrizia Savoca, punto di riferimento della ristorazione cittadina a titolare de La Corte dei Mangioni -. No, il motivo è chiaro. Non crediamo sia la strada giusta, in questo periodo di forte contagio è meglio evitare. Carissimi tutti, non siamo persone che regalano show. Non mi sento di criticare (chi apre ndr) ma neanche di incoraggiare".

La Fipe, nazionale e locale, denuncia una condizione di "grave difficoltà" del settore e chiede "subito misure aggiuntive in grado di dare
certezza agli imprenditori e adeguato ristoro alle perdite imposte alle loro aziende". 

"I ristori - dice chiaramente Cottone - devono essere reali, non 'mance' come quelle avute finora. Devono essere calcolati correttamente. Nel nostro caso sono stati parametrati sul guadagno di aprile, ma le limitazioni le abbiamo avute anche a dicembre. E non sono due mesi paragonabili, neppure lontanamente. Penso poi alla cassa integrazione: deve essere erogata correttamente e rapidamente invece siamo noi a dovere rimediare a errori di calcolo fatti a livello centrale".

Il problema dei commercianti non è quindi solo la chiusura in sè ma tutto ciò che comporta. "E' chiaro che noi vogliamo lavorare - prosegue Cottone - ma è chiaro anche che, davanti a una curva dei contagi in crescita, la scelta migliore è lo stop totale come in primavera. Allora però che il Governo prenda una decisione e, di conseguenza, agisca sia sul fronte economico con aiuti reali e puntuali sia su quello dei controlli perchè una piazza affollata o una coda davanti a un ufficio è molto più pericolosa di un ristorante. Noi abbiamo adottato tutti gli accorgimenti dovuti, ci siamo adeguati alle normative. Per farlo, oltretutto, abbiamo sostenuto dei costi. Spese per le quali avremo rimborsi inferiori a quanto deciso in un primo momento".

"Chi protesta lo capisco bene. Chi come me e la mia famiglia gestisce un locale pubblico vive una situazione pesante, dal punto di vista economico e pure dal punto di vista psicologico. A volte sembra che chi prende le decisioni, più che governare davvero, reagisca alla polemica del momento, sui social e sui media", dice Daniel Bellavista, che dal 2017 gestisce il ristorante Locale in via Guardione. "Anche se come tanti nostri colleghi anche noi siamo in difficoltà, abbiamo deciso di non aderire a 'Io Apro' e continuare solo con asporto e delivery, visto che in questo momento la Sicilia è zona arancione. Non ce la sentiamo di coinvolgere i nostri clienti in un'iniziativa che va comunque contro le norme esistenti". Davanti all'aumento dei contagi "dobbiamo agire con la massima responsabilità - spiega - anche se i numeri dicono che la pandemia non è stata veicolata da bar e ristoranti, chiusi da tempo o sottoposti a restrizioni importanti. A volte in città si creano invece problemi nelle vie dello shopping, anche grazie al cashback. Come ristoratori, abbiamo speso migliaia e migliaia di euro per adeguarci a normative sempre diverse, per non parlare dei cibi andati a male per provvedimenti presi all'ultimo istante".

"Ci siamo battuti per mesi a difesa della reputazione del settore, trattato in modo sproporzionato dai  provvedimenti come fonte di contagio e non valorizzato comeattività essenziale - puntualizzano dalla Fipe nazionale -. Se in seguito a aperture forzose si dovesse casualmente registrare un nuovo picco nei contagi l'intera categoria sarebbe ulteriormente danneggiata anche da questo punto di vista. Gli italiani hanno sempre manifestato grande attaccamento e vicinanza ai loro pubblici esercizi, ma sarebbe difficile solidarizzare con atti così distanti dal comportamento condiviso. Il rischio è quello di intraprendere azioni senza storia e senza futuro, che penalizzano tutti. Un'associazione di rappresentanza, se è tale, può e deve vedere questi pericoli. Porteremo quindi ancora ai tavoli sindacali e istituzionali le nostre necessità, rappresentandole con la forza delle nostre ragioni e il peso della nostra serietà".

Articolo aggiornato il 14 gennaio 2021 alle ore 20.58

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