Giovedì, 18 Luglio 2024
Cronaca

Account falsi, bot e "caporalato digitale": l'inchiesta sui rider coinvolge anche Palermo

Sono circa 200 in Sicilia i lavoratori controllati da carabinieri e polizia municipale, 50 in città. Esposto in Procura di un dipendente Glovo: "C'è un'app pirata, a pagamento, che permette di aggirare gli algoritmi". Accertamenti su alcuni fattorini non in regola con i permessi di soggiorno

Ogni giorno sfrecciano lungo le strade della città, sfidando le leggi della fisica e passando a volte con il rosso pur di consegnare pizze e panini ancora caldi e conquistare "punteggi d’eccellenza" che garantiscano più turni di lavoro. Quello dei rider è un mondo dietro cui si nasconde una nuova forma di sfruttamento definita da qualcuno "caporalato digitale" in cui trovano spazio per esempio bot e account fittizi, di fatto vietati dalle più grosse società di delivery, che magari vengono ceduti a qualche straniero voglioso di lavorare ma non in regolare con il permesso di soggiorno.

Sono oltre duecento in tutta la Sicilia - quasi una cinquantina solo a Palermo - i rider controllati alcuni giorni fa dai carabinieri e dalla polizia municipale nei principali "hotspot" delle consegne a domicilio, soprattutto vicino a paninerie e fast food sparsi tra la zona del Forum, il Politeama, la stazione centrale e l’ex Motel Agip. Una quindicina le sanzioni elevate dai vigili urbani per mancata revisione dei mezzi, utilizzo di targa impropria, guida senza patente, copertura assicurativa, carta di circolazione o revisione. Per non parlare di chi modifica le biciclette a pedalata assistita o i monopattini per correre oltre i limiti.

Gli aspetti più rilevanti dell’inchiesta, partita da Milano e condotta in cinque grosse città italiane dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, riguarderebbero le posizioni lavorative dei rider e i sotterfugi studiati per aggirare gli algoritmi e ingannare i sistemi informatici. Il 60% circa dei lavoratori, tra i 50 fattorini controllati, era di origine palermitana mentre gli altri erano per lo più provenienti da Pakistan, India, Bangladesh o dalle Filippine. Diverse le posizioni considerate anomale, sulle quali stanno indagando ora gli specialisti del Nil per chiarire cosa ci sia dietro la mancata corrispondenza tra gli account attivati e i soggetti sorpresi a utilizzarli. "Il mio amico oggi non poteva lavorare e lo sto sostituendo io", ha detto qualcuno.

"Sino a ora è emersa solo la punta dell’iceberg", dice un rider - con Glovo da 3 anni - che alcune settimane fa ha inviato un esposto in Procura segnalando la concorrenza sleale che si è creata nella giungla del delivery. "Più corri e più guadagni, ma questo - aggiunge - ha comportato una competizione negativa e dannosa, perché per raggiungere 'punteggi d’eccellenza' devi andare veloce, troppo veloce. Devi salire sui marciapiedi, prendere le corsie delle bici, imboccare strade contromano e altro ancora. Ma così facendo diventa tutto pericoloso e si danneggiano quei lavoratori che rispettano le regole. Per non parlare dei cosiddetti bot… semplici app, a pagamento, che ti consentono di prenotare più slot di consegna che non tengono conto del sistema interno all’azienda".

"Ci sono ‘colleghi’ - spiega ancora - che utilizzano profili di altri per lavorare perché loro magari sono sprovvisti dei requisiti. Per esempio per lavorare con Glovo è necessario essere in possesso di un permesso di soggiorno da almeno un anno". Qui subentrerebbero i "caporali digitali": "Sono soggetti - spiega un investigatore - che aprono account da affittare a terzi, magari ad altri connazionali, incassando i guadagni e girando loro solo una parte del compenso". Per avviare questo genere di collaborazione, secondo quanto ricostruito, i caporali avrebbero studiato dei "pacchetti", un po’ come funziona per tutti gli abbonamenti: basic, medium e gold. Con il primo il rider ottiene il dispositivo con cui prendere gli ordini e fare le consegne, mentre con il secondo viene fornita anche una bici. Il pacchetto "gold" prevede il comodato d'uso dello smartphone, di un monopattino elettrico o una bici con pedalata assistita e anche del casco.

"Tutta la questione che ruota attorno al bot è inquietante e va avanti almeno dal 2019. E’ sufficiente andare su Telegram, collegarsi a un canale che permette dietro pagamento (45 euro al mese con tanto di fattura intestata a una società spagnola), scaricare un’app e accedere con le credenziali personali, ovvero l'identificativo e la password che dovrebbe conoscere solo Glovo. E' molto strano che i nostri dati aziendali e l'applicazione funzionino insieme. Il bot - conclude il lavoratore mostrando il funzionamento dell'app pirata - non è altro che un insieme di codici e spranghe che cerca al posto tuo, con refresh ogni 5 secondi, gli slot liberi dalla consegna superando anche i paletti imposti dal ‘punteggio d’eccellenza’. Questa cosa va avanti da anni ma l’azienda sino ad ora non ha fatto nulla per impedire che questo avvenga se non mandare qualche circolare per ricordare ai rider che sono strumenti illegali".

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