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Cronaca

Contenzioso sulle indennità ai vigili urbani, la Corte d'appello: "Il Comune non deve pagare"

Rigettato anche in secondo grado il ricorso avanzato da un gruppo di agenti della municipale. Per i giudici il riconoscimento dei servizi aggiuntivi doveva essere previsto nella contrattazione integrativa decentrata

La Corte d'appello - sezione controversie di lavoro, previdenza ed assistenza - ha respinto il ricorso avanzato da un gruppo di vigili urbani, che chiedevano il pagamento delle indennità per i servizi aggiuntivi (in base alla legge 17 del 1990), confermando la sentenza emessa nel 2020 dal Tribunale.

Il Comune quindi non dovrà pagare le spettanze per i trienni 2010-2012 e 2013-2015, quantificate dagli appellanti in oltre 35 milioni di euro. Si chiude così un contenzioso iniziato più di quattro anni fa. Gli agenti di polizia municipale affermavano essere creditori per aver partecipato ai piani di miglioramento dell'efficienza dei servizi concordati con l'amministrazione. Secondo il Comune, difeso dall'avvocato Sergio Palesano, il trattamento economico rivendicato, costituendo salario accessorio di tipo incentivante, avrebbe dovuto trovare la propria fonte nella contrattazione integrativa decentrata e rinvenire la propria provvista nelle somme stanziate a tale scopo.  

La Corte d'appello, accogliendo la tesi del Comune, ha  stabilito che "non è consentito il riconoscimento di alcun trattamento di tal genere se non previsto da tali fonti". Aggiungendo inoltre che dal 2009 "è inibito il riconoscimento dei trattamenti accessori incentivanti 'a pioggia'" previsti dalla normativa a favore dei pubblici dipendenti.

Questi i motivi per cui la Corte d'appello - composta da Maria Di Marco (presidente), Caterina Greco (consigliere relatore) e Cinzia Alcamo (consigliere) - ha confermato la sentenza di primo grado, condannando gli appellanti, in solido tra loro, a pagare al Comune le spese processuali liquidate in 6.079 euro oltre oneri di legge.

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