Quella frana che travolse Marineo, tre anni dopo il disastro arrivano le condanne

Si chiude il processo per la cava di calcare sventrata per anni, davanti agli occhi di tutti ma nel silenzio più totale. Dopo i tre patteggiamenti dei tecnici del Distretto minerario, il giudice ha condannato i soci-amministratori della Rical srl e il direttore dei lavori

La frana di Marineo

Per almeno 9 anni avrebbero sventrato una cava sotto gli occhi di tutti ma nessuno avrebbe detto nulla, neanche chi aveva il compito di controllare. Poi un sabato sera, a dicembre 2016, venne giù tutto rischiando di travolgere completamente alcune abitazioni, un supermercato, un negozio di scarpe, una lavanderia e un’officina meccanica a Marineo. Costringendo tutti, pochi giorni dopo, ad evacuare case e attività commerciali. A poco più di tre anni della frana della montagna di contrada Rocca Bianca (Misilmeri) il giudice del tribunale di Termini Imerese ha condannato Salvatore Perrone (4 anni, 9 mesi e 10 giorni) e Giovanni Perrone (4 anni e 8 mesi), soci e amministratori della Rical srl, e Carmelo Macaluso, direttore dei lavori al quale è stata inflitta una pena di 4 anni e 8 mesi. Il processo è stato celebrato in abbreviato garantendo agli imputati uno sconto pari a un terzo della pena.

I tre erano stati accusati a vario titolo dei reati di frana dolosa e inquinamento ambientale e per questo rinviati a giudizio a novembre 2018. Nel procedimento erano stati coinvolti anche quattro tecnici del Distretto minerario di Palermo, indagati per abuso d’ufficio, falsità ideologica e omessa denuncia di reato. Uno di loro, Salvatore Renda, ha optato per il rito ordinario e nelle prossime settimane si sottoporrà alle valutazioni del collegio giudicante. Altri tre - Giuseppe Marino, Angelo Miano e Giovanni Bafumo - hanno invece preferito patteggiare la pena. Condannata al pagamento di una sanzione da 80 mila euro (più le spese processuali) per reati ambientali la società che negli anni ha estratto calcare dalla cava.

Le immagini della frana | VIDEO

Quel 10 dicembre verrà ricordato per quella che ad oggi sarebbe una delle frane più imponenti mai registrate in Sicilia. Gli abitanti di Marineo che vivevano ai piedi del monte videro il costone roccioso sgretolarsi e finire in strada. Un disastro che per puro caso non si trasformò in tragedia ma che costrinse cittadini e amministratori locali a fare i "salti mortali", tra l'evacuazione di alcuni immobili e l'ipotesi di chiusura della statale 118. Immediato l’intervento dei vigili del fuoco, dei tecnici del Comune, della protezione civile e dei carabinieri. Quella stessa notte la Procura effettuò un sopralluogo per constatare l’entità del danno e i conseguenti rischi. Dopo le prime indagini, ad aprile 2018, la cava e altri beni (per un totale di circa 1 milione di euro) vennero sottoposti a sequestro preventivo e poi confiscati. Inutile il ricorso presentato dal direttore dei lavori e rigettato pochi mesi dopo anche dalla Cassazione.

supermercato marineo evacuato-2

Secondo la ricostruzione dei magistrati i Perrone, Macaluso e la Rical srl avrebbero esercitato “attività di estrazione e coltivazione - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio - in totale difformità con il progetto approvato e in violazione delle prescrizioni dei provvedimenti autorizzativi”. Nonostante i limiti loro imposti sarebbero andati oltre “modificando irreparabilmente i luoghi con effetti geomorfologicamente destabilizzanti e devastanti”. Un comportamento che avrebbe provocato la caduta di “ingenti volumi di roccia e detriti, coinvolgendo una vasta area posta in prossimità della statale 118, travolgendo gli edifici di alcune attività commerciali e compromettendo la sicurezza di altri immobili”.

Per farlo Salvatore Perrone avrebbe attestato falsamente l’assenza di rischi in relazione alla stabilità dei fronti in un Documento di sicurezza e salute, falsificando i dati concernenti il metodo, l’altezza e la pendenza dei fronti di coltivazione. Da qui le violazioni dei decreti legislativi 624/1996 e 121/2011. Se da una parte pare che nessuno si fosse accorto dei lavori che hanno causato una frana estesa per circa due ettari e mezzo, dall'altra i tecnici chiamati a supervisionare e relazionare ai loro superiori ciò che avevano sotto gli occhi non avrebbero fatto nulla.

Un anno dopo la frana un altro masso cade in strada

Invece secondo l’accusa i quattro indagati per abuso d’ufficio avrebbero omesso di “accertare e attestare - si legge ancora nella richiesta di rinvio a giudizio - la persistente inadempienza delle norme che regolano la sicurezza o l’integrità fisica dei lavoratori, nonché le gravi inadempienze agli obblighi e alle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni, omettendo di descrivere e attestare l’effettivo stato dei luoghi, così formando rapporti di ispezione ideologicamente falsi, omettendo l’avvio del procedimento finalizzato alla sospensione dei lavori e all’irrogazione delle sanzioni pecuniarie, provocando intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale alla Rical e ai Perrone".

Ai soli tecnici Miano e Bafumo, che hanno patteggiato insieme a Marino, i pm hanno contestato anche il reato di falsità ideologica perché “formando il verbale di ispezione eseguita presso la cava calcarea il 10 dicembre 2014 omettevano di attestare che le attività di estrazione e coltivazione erano realizzate in totale difformità al progetto approvato, in violazione delle prescrizioni delle autorizzazioni, al di là del ‘limite di coltivazione’ e finanche il ‘limite di disponibilità’. E quello di omessa denuncia di reato per non avere segnalato la situazione all’autorità giudiziaria.

frana marineo-2

Al termine del processo il giudice del tribunale di Termini Imerese ha applicato alla Rical srl la revoca dell’autorizzazione del 2005 (e delle successive), disposto la confisca del profitto illecito dei beni aziendali fino alla somma di 1 milione, dichiarato l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni nei confronti di Salvatore Perrone, Giovanni Perrone e Carmelo Macaluso. Il gup ha inoltre condannato in solido gli imputati al risarcimento dei danni subiti dalle parti civili rimettendo la corretta quantificazione al giudice civile. Previste provvisionali da 15 mila euro per i comuni di Misilmeri e Marineo (difeso dagli avvocati Giovanni e Corinna Pagano), da 20 mila euro per le società Première srl (in liquidazione), Acri srl e Sgd srl e per importi da 10 a 20 mila per alcuni abitanti di Marineo. Ai legali difensori e ai loro assistiti la scelta di ricorrere in appello entro i termini.

Il progetto esecutivo, fanno sapere dalla Presidenza della Regione, è in fase di imminente definizione poiché l’Ufficio speciale di progettazione della Regione Siciliana negli ultimi giorni ha ricevuto i risultati delle indagini geotecniche necessarie. Una volta che il progetto sarà stato elaborato, verrà trasmesso al Comune che quindi potrà chiedere il finanziamento per i lavori di messa in sicurezza del centro abitato all’Ufficio del dissesto idrogeologico della Regione. Negli ultimi giorni infatti ci sarebbe stata una telefonata tra il sindaco Franco Ribaudo e Maurizio Croce, soggetto attuatore nominato con decreto del presidente della Regione nel 2017.

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Aggiornamento delle ore 16.30 del 4 marzo 2020 // ultime sul progetto di messa in sicurezza

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