Cronaca Libertà / Via Vittorio Alfieri

Vernice rossa come il sangue dove venne ucciso dalla mafia, Palermo ricorda Libero Grassi

A 29 anni dall'omicidio di via Alfieri, i familiari e le istituzioni hanno ricordato l'imprenditore simbolo della lotta al racket. Addiopizzo: "Preoccupati dai vuoti creati dall'azione repressiva. Povertà e degrado non consentono di affrancarsi da fenomeni di illegalità"

Palermo ricorda Libero Grassi, l'imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto di 29 anni fa perché si oppose al pagamento del pizzo. Anche questa mattina, alle 7.48, l’ora in cui venne ucciso, la figlia Alice Grassi e il fratello Davide hanno spruzzato della vernice con una bomboletta spray di colore rosso nel luogo dell’omicidio.

Anche questa volta è stato affisso il tradizionale cartello, scritto a mano come vuole la famiglia che si è sempre opposta a una lapide, che recita: "Il 29 agosto 1991 qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato".

Presenti alla cerimonia di questa mattina in via Vittorio Alfieri (tutti rigorosamente con la mascherina chirurgica sul volto), tra gli altri, il prefetto di Palermo Giuseppe Forlani, il questore della polizia Renato Cortese, i vertici di carabinieri e guardia di finanza, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e l'assessore regionale Salvatore Cordaro.

A preoccupare oggi il Comitato Addiopizzo, a 29 anni dall'assassinio dell'imprenditore Libero Grassi, "è che i vuoti creati dall'azione repressiva possano, nel tempo, rimanere tali e senza risposte politiche. Vuoti che, in questo periodo drammatico causato dall'emergenza Covid, diventano voragini se il lavoro, l'accesso al credito, la cassa integrazione, il sussidio alimentare, l'istruzione e la salute rimangono più che diritti per tutti un'illusione per tanti".

Ci sono aree di Palermo, denuncia il Comitato, "attraversate da sacche di povertà e degrado sociale e urbano, dove l'emergenza sanitaria ha accentuato le disuguaglianze. Uno stato di precarietà esistenziale oramai cronicizzato, che non consente di affrancarsi da fenomeni di illegalità diffusa e organizzata, che in certi quartieri sono da tempo i principali ammortizzatori sociali che assicurano sopravvivenza".

In questi mesi per provare a superare l'emergenza Covid-19 sono state stanziate decine di miliardi di euro "per offrire soprattutto garanzie pubbliche per accedere al credito. Ma piuttosto che investire su tali misure che rimangono, per molti, impantanate in ritardi e lungaggini burocratiche, perché non si dotano delle risorse necessarie le leggi che già esistono da anni e che sono senza fondi?".

In Sicilia, ad esempio, vige dal 2008 una legge regionale che consente il rimborso degli oneri fiscali e previdenziali alle vittime di estorsione. Il varo di tale norma fu presentato allora come una novità, che avrebbe segnato la "svolta nella prevenzione e contrasto al racket delle estorsioni".

Purtroppo, a distanza di 12 anni dall'approvazione di tale legge, la maggior parte delle vittime, che hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare, non ha avuto "alcuna possibilità di accedervi, visto che su tale misura le risorse sono state falcidiate da coloro che si sono avvicendati al governo della Regione e sugli scranni dell'Assemblea regionale siciliana". In un momento in cui c'è bisogno di liquidità - concludono da Addiopizzo - "è paradossale che certe norme non abbiano risorse adeguate"

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