Guerra tra i clan allo "scaro" per il business dei "carrettini": "Sono 6.500 euro al mese"

Dall'operazione "Mani in pasta" emerge come Giovanni Fontana avrebbe incassato grandi cifre sul trasporto della frutta. Inoltre al mercato ortofrutticolo sarebbe stato imposto pure il pizzo ad alcuni commercianti, non soltanto per il mantenimento dei carcerati, ma anche per organizzare una festa in via Montalbo

Il mercato ortofrutticolo

"Un business". È così che il pentito Vito Galatolo definisce i "carrettini" al mercato ortofrutticolo, raccontando che sul lavoro dei portantini, che trasportano la frutta per i commercianti, Cosa nostra avrebbe incassato diverse migliaia di euro al mese. E che lo "scaro" sia un centro di interesse importante per Cosa nostra - come scrivono il procuratore aggiunto Salvatore De Luca ed i sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta - lo dimostrano anche le contese tra vari clan per tentare di infiltrarsi. Con l’operazione "Mani in pasta" della guardia di finanza sono state anche documentate una serie di estorsioni ai danni di commercianti, non solo per il mantenimento dei carcerati, ma anche, in un caso, per organizzare la festa di via Montalbo.

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Il business dei “carrettini”

All’Acquasanta ricade lo “scaro”, cioè il mercato ortofrutticolo. Già nel 2014, il pentito Vito Galatolo aveva spiegato in riferimento ai Fontana: "Gestiscono una cosa di bancarelle, noi li chiamiamo a Palermo i ‘carrettelle’, i portantini, dentro lo scaro, caricano la frutta ai negozianti e ‘sta cosa la gestisce Mimmo Matassa che è uomo molto vicino ai Fontana… Si chiamano ‘carrettelle’, ‘carrettiddi’, la carretta, quella per portare la frutta… e se la sta gestendo Giovanni Fontana". E chiariva: "All’ortofrutticolo affittano i carrettini perché quando un commerciante va a comprare la frutta questi qua gliela portano sul posto e gli danno 5, 3, 10 euro… E sono tanti, il business c’è! E se li è presi Giovanni Fontana con Settimo Matassa e tutt’oggi li gestiscono loro". Secondo Galatolo, nel 2012, sarebbe nato un conflitto con altre famiglie, in particolare del clan di Porta Nuova e i boss Alessandro D’Ambrogio e i fratelli Mimmo e Giuseppe Tantillo, per la gestione dell’affare: "Giovanni Fontana è caldo di cervello - dice Galatolo - subito voleva andare là e litigare… ‘Io ci sparo!’". Il pentito racconta di aver mediato, dicendo ai Tantillo: "Ragazzi, fatemi ‘sta cortesia..." e "gli volevo dare addirittura qualcosa di soldi a questi signori" per evitare scontri.

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"Sono 6.500 euro al mese"

A riscontro delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia ci sono alcune intercettazioni in cui proprio Giovanni Fontana si lamentava, a maggio del 2016, di una serie di conti che non sarebbero tornati a Palermo, ipotizzando che sui "carrettini" dello "scaro" qualcuno stesse facendo la cresta: "Io avevo chiuso i carrettelli a 6.500 al mese? E ne ho trovati 4.190, 4.390, 5.990...". Il mese prima Fontana si lamentava con Domenico Passarello: "Ma con i carrettelli, a 6.500 euro al mese dovevano essere". E l’altro gli rispondeva: "E non ci sono queste cose, per ora non ci sono, perché quelli i carrettelli per ora escono...".

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I conflitti tra i clan per la gestione

Per il procuratore aggiunto Salvatore De Luca e i sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta "è emerso come il sodalizio criminale capeggiato da Giovanni Fontana detenga, tra gli altri, il ‘controllo’ sulle attività illecite poste in essere all’interno del mercato ortofrutticolo di Palermo. L’organizzazione criminale impone l’affitto dei così detti ‘carrettini’, utilizzati dai commercianti per trasportare la frutta all’interno del mercato". E puntualizzano: "Il mercato ortofrutticolo è una risorsa importante per l’economia palermitana e pertanto rappresenta un centro d’interessi notevole per Cosa nostra". E infatti nel tempo avrebbero cercato di infilarsi allo scaro anche altri mafiosi, oltre ai Tantillo, anche il boss di Palermo Centro, Gregorio Di Giovanni: "Hai visto chi è entrato allo scaro con Stefano? Gregorio Di Giovanni", si dice in un’intercettazione.

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Il pizzo per i carcerati e per la festa

Proprio allo scaro, poi, vi sarebbe stato il progetto di prelevare dei soldi per organizzare "la festa, qui della via Montalbo", come diceva Giovanni Ferrante, a settembre del 2016. Si sarebbe rivolto a Giuseppe Corona ed avrebbe ottenuto di "recuperare" 3 euro da ogni commerciante ogni sabato, attraverso Lino Sciacca: "Ogni sabato passiamo, certo per sabato prossimo, Lino, ci pensi tu? Lo fai vedere con qualcuno e glielo presenti… 3 euro l’uno". E Corona dice ancora: "Sì, 3 euro, ci sto andando, ora me la sbrigo io". Ferrante spiega poi: "Qualche 100 stand sono! Più quelli che si mettono con i banchi! Tutti, tutti! Tre euro l’uno, scrivi tutte cose, ho raccolto tanto...". Gli investigatori hanno però documentato anche una serie di estorsioni finalizzate al sostentamento dei detenuti. Nello specifico Pietro Abbagnato e Giovanni Ferrante, in concorso con Salvatore Ciancio (già arrestato), avrebbero costretto tre commercianti, titolari di banchi all’ortofrutticolo, a consegnare 200 euro "per i carcerati", a ridosso di Pasqua del 2017.

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"Lo scaro è nostro!"

Ferrante sarebbe arrivato a sentirsi il padrone dello "scaro": "Lo scaro è nostro! Non me lo può dire no! Perché appena mi dice di no, me li dà per la soverchieria… Lo scaro è nostro, loro non devono entrare allo scaro".

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