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Martedì, 17 Maggio 2022
Il caso / Cinisi

Il casolare di Cinisi da restituire ai Badalamenti e la particella 134: ecco com'è nato l'errore

Dagli atti visionati da PalermoToday emerge che l'area su cui si trova l'edificio non era mai stata oggetto di sequestro sin dal 1991 e che è stata inserita improvvisamente nel 2014 dopo la relazione di un dirigente del Comune. La gara da 400 mila euro per la ristrutturazione era stata bloccata pochi mesi prima proprio per i dubbi sui confini

Particella 134. E' da questo numero catastale che sono partite la diatriba e tutte le polemiche legate al casolare di contrada Napoli, a Cinisi, mai sequestrato al boss Gaetano Badalamenti sin dall'avvio del procedimento delle Misure di prevenzione, nel lontano 1991, e poi inserito invece all'improvviso - sulla scorta di una "relazione tecnica" stilata da un dirigente del Comune di Cinisi il 4 aprile del 2014 - tra i beni da confiscare al capomafia (deceduto nel 2004) e ai suoi eredi.

Si è parlato in queste settimane di "cavillo giuridico", ma PalermoToday ha potuto consultare gli atti e ciò che emerge è piuttosto un grave errore, rilevato e sanato infatti da una sentenza del luglio 2020, ormai definitiva, con cui si è stabilito di restituire l'edificio al secondogenito del boss, Leonardo Badalamenti. Un errore di cui peraltro ci sarebbero state delle avvisaglie ben chiare anche al Comune di Cinisi: la gara per affidare i lavori di ristrutturazione del casolare era stata infatti sospesa il 23 ottobre del 2013 perché "non apparivano chiare le delimitazioni delle particelle sulle quali dovevano essere eseguiti i lavori". 

Ad oggi inoltre - nonostante la consegna delle chiavi del casolare alla onlus Casa Memoria di Giovanni Impastato, fratello di Peppino, il giornalista ucciso il 9 maggio del 1978 proprio per volontà di Gaetano Badalamenti - il bene resta destinato a "Centro ricreativo e culturale collegato al sistema regionale delle aree protette e delle razze autoctone bovina cinisara". Nulla che sia dunque strettamente legato ai temi della legalità e della lotta alla mafia. Peraltro non ci sono tracce di manifestazioni o eventi di nessun genere realizzati negli ultimi anni nel casolare.

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Il casolare non è mai stato sequestrato

Sin dall'inizio del procedimento alle Misure di prevenzione per colpire i patrimoni del boss Badalamenti, avviato dalla Procura nel 1991, la particella 134 del foglio 12, corrispondente al casolare, non è mai stata inserita nell'elenco dei beni da far passare allo Stato. L'immobile, infatti, arriva nelle mani del capomafia nel 1977, in seguito ad una donazione da parte della sorella. Gli inquirenti hanno quindi sempre escluso che potesse essere stato acquisito con i proventi di attività illecite. Sotto sequestro erano invece finiti i beni immobili legati alle particelle 482, 486, 562, 476 e 474.

Come è nato l'errore

Nel provvedimento di confisca fu commesso effettivamente un refuso, che riguardava però un'altra particella, la 474, riportata invece come 174. Un errore che venne corretto dalla Corte d'Assise il 10 aprile del 2014. E' in questo contesto che spunta però per la prima volta anche la particella 134 col casolare, mai menzionata prima negli atti. E ci entra in seguito alla "relazione tecnica" firmata dal capo del settore Territorio e ambiente del Comune di Cinisi, l'architetto Salvatore Giaimo, consegnata ai giudici il 4 aprile del 2014. Lo scopo della relazione del dirigente comunale è "verificare la corrispondenza del fabbricato rurale al foglio 12 particella 134 con quello descritto nella perizia del 26 agosto del 2005, cespite 11". La perizia in questione è quella su cui si era basata la confisca e il casolare di cui si parlava in questo atto si trova in realtà su un'altra particella, la 482, e non risulta censito al catasto. Per Giaimo però "la particella 134 che indica il fabbricato rurale confina con la particella 474 facente parte dello stesso cespite" e "dalla comparazione dei dati catastali e da accertamenti tecnici effettuati sul luogo si è constata la piena coincidenza del fabbricato rurale indicato nella perizia". L'architetto conclude quindi sostenendo di "potere affermare con certezza che il fabbricato rurale di cui alla particella 134 foglio 12 è quello descritto al cespite 11 della perizia". I giudici ne prendono atto: corregono quindi il refuso legato alla particella 474 e aggiungono, sulla scorta degli accertamenti compiuti da Giaimo, anche la particella 134 tra quelle da confiscare.

La correzione e la restituzione

Con la sentenza del 2 luglio 2020, ormai definitiva, si prende invece atto dell'errore legato alla particella 134, inserita senza alcun motivo nel patrimonio da confiscare ai Badalamenti, come dimostrato dai loro avvocati, Antonino Ganci e Baldassare Lauria. I giudici dispongono quindi che il casolare - che non era mai stato oggetto di sequestro - sia riconsegnato agli eredi del boss. Poche settimane dopo, a fine luglio, si solleva un polverone, anche perché Leonardo Badalamenti - forte della sentenza - va al Comune di Cinisi per rientrare in possesso dell'edificio e va pure dai carabinieri per chiedere un loro intervento. Alla fine forza anche la serratura del casolare, visto che tutti gli negano il diritto di accedere. Nascono un aspro battibecco con il sindaco Giangiacomo Palazzolo che rivendica la proprietà del casolare (nonostante la sentenza definitiva che dice esattamente il contrario) ed anche uno scambio di denunce.

La consegna delle chiavi a Casa Memoria

Il 28 gennaio dell'anno scorso, cioè ad oltre 6 mesi dal provvedimento della Corte d'Assise - mai impugnato da nessuno e dunque passato in giudicato - che sancisce la riconsegna del casolare a Badalamenti, il sindaco decide invece di consegnare le chiavi alla onlus Casa Memoria, nello specifico a Giovanni Impastato, fratello di Peppino, e alla nipote del giornalista eliminato proprio da "Tano seduto" (come chiamava per sbeffeggiarlo il capomafia di Cinisi), Luisa. La destinazione dell'immobile, nonostante questo passaggio, nel frattempo non è mutata ed è sempre finalizzata alla valorizzazione delle specie autoctone, ovvero della vacca cinisara. La consegna all'associazione avviene di fatto quando l'amministrazione comunale di Cinisi sa perfettamente che quel casolare deve essere restituito ai Badalamenti.

L'elenco dei beni confiscati

Come emerge da un elenco dei beni confiscati affidati al Comune di Cinisi, datato 3 luglio 2020 (per pura coincidenza il giorno dopo la sentenza definitiva che rileva l'errore sulla particella 134 e sul casolare), figura anche "il fondo con annesso fabbricato rurale, foglio 12 particella 474-134, decreto di trasferimento n. 259 del 18 maggio 2010 (ma la 134 non è presente in quell'atto, ndr), verbale di consegna del 27 maggio 2010, casolare ristrutturato a seguito di fondi Misura 313/a del Psr 2007/2013, atto di concessione n.20/2013 Gal Golfo di Castellammare al fine di adibire l'immobile a Centro ricreativo e culturale collegato al sistema regionale delle aree protette e delle razze autoctone bovina cinisara".

Il finanziamento pubblico per la ristrutturazione

Il 15 febbraio del 2013 era stato approvato il progetto esecutivo per la "ristrutturazione di un casolare in contrada Napoli", dall'importo complessivo di 420 mila euro. Il 5 agosto dello stesso anno "veniva acquisito al protocollo 12531 del Comune di Cinisi, l'atto di concessione n. 20 del 2 agosto 2013, con il quale veniva assegnato dal Gal Golfo di Castellammere il contributo di 413.857,93 euro corrispondente al 100% della spesa ritenuta ammissibile...". Il 17 settembre successivo era stato approvato il bando di gara a procedura aperta. Le domande dovevano essere presentate entro il 23 ottobre dello stesso anno. Il Responsabile unico del procedimento è l'architetto Salvatore Giaimo. 

La gara bloccata per i dubbi sul punto in cui fare i lavori

Il 23 ottobre 2013, però, come emerge da una relazione, "il presidente di gara (sempre l'architetto Giaimo, ndr), alla presenza dei componenti, procedeva all'apertura della gara ed alla successiva sospensione, a seguito della nota protocollo n. 17163 del 21 ottobre 2013 inviata dal sindaco, con la quale invitava la commissione di gara a sospendere le procedure di gara in quanto 'non apparivano chiare le delimitazioni delle particelle sulle quali dovevano essere eseguiti i lavori'. La commissione di gara, accertato che la problematica sollevata avrebbe potuto inficiare l'intera procedura di gara e la conseguente esecuzione dei lavori, in autotutela, decideva di sospendere la gara e rinviarla a data da destinarsi". Nell'aprile successivo, come detto, Giaimo aveva consegnato la sua relazione alla Corte d'Assise che, per errore, aveva finito per confiscare anche la particella 134 con il casolare.

Il via libera dopo la relazione ai giudici

La gara, "con determina del responsabile settore Territorio e ambiente (cioè Giaimo, ndr) n. 593 del 30 maggio 2014, veniva riaperta, a seguito della nota pervenuta in data 23 maggio 2014, protocollo n. 8060, dall'Agenzia per i beni confiscati, con la quale veniva rettificata la delimitazione delle particelle sulle quali devono definirsi i lavori e definita l'assegnazione del bene al Comune di Cinisi". L'aggiudicazione definitiva dei lavori risale al 22 luglio 2014, la consegna al 23 dicembre 2014. Il termine previsto per la conclusione della ristrutturazione era di 180 giorni, ovvero il 20 giugno 2015.

L'opinione: "L'antimafia di facciata che si sente al di sopra delle regole"

Le perplessità del presidente del consiglio comunale: "Dove sono finiti i soldi?"

A febbraio del 2017 il presidente del consiglio comunale di Cinisi, Giuseppe Manzella, aveva fatto un sopralluogo in contrada Napoli, per verificare lo stato del bene confiscato. In quella circostanza, a poco tempo dalla fine della ristrutturazione, il casolare era chiuso e sarebbero stati rilevati dall'esterno "crepe importanti sulle pareti, infiltrazioni d'acqua, pareti scrostate e calcinacci". Manzella aveva per questo dichiarato: "Il Gal in qualità di ente finanziatore avrebbe dovuto prendersi la responsabilità di rendicontare all'assessorato la spesa effettuata e verificare l'efficienza dei lavori svolti. Dove sono finiti i soldi? Io andrò, o da presidente o da consigliere, negli uffici a chiedere rendiconto di tutti i soldi, del come sono stati spesi, fattura per fattura, voglio vedere se tutte le carte coincidono, se c'è l'agibilità dei locali, se tutti i documenti sono in regola. Soprattutto, se i miei sospetti sono fondati, chiederò che l'assessore al ramo si dimetta perché ha dimostrato pienamente incompetenza".

Esiste davvero una soluzione?

Da più parti si è insistito sul fatto che, nonostante tutto, il casolare non debba tornare ai Badalamenti, anche se è chiaro che questo si pone in contrasto con una sentenza definitiva e, come emerge in modo palese dagli atti visionati da PalermoToday, non per un cavillo, ma per un errore. La soluzione avanzata da diversi fronti, compreso il Comune di Cinisi, è quella di ricorrere ad una norma del Codice antimafia che prevede - in via eccezionale ed in casi ben precisi - non la restituzione del bene, ma di una sorta di ristoro economico agli aventi diritto. Per la difesa di Badalamenti, questa disposizione non potrebbe essere applicata in questa vicenda, anche perché non si tratta di restituire un bene confiscato, ma di un bene che mai era stato neppure sequestrato.

Inoltre, nella norma si parla di particolari finalità sociali e culturali del patrimonio che potrebbe eventualmente restare nonostante tutto allo Stato. Finora però in quel casolare non è stata realizzata alcuna iniziativa e la sua destinazione è lontana dai temi della legalità e dell'antimafia. Resta inoltre il problema che per il recupero dell'edificio sono stati investiti oltre 400 mila euro di fondi pubblici, incrementandone il valore. In caso di "restituzione", quindi, Leonardo Badalamenti dovrebbe pagare per il vantaggio ottenuto. Sul punto, però, la replica è secca: non è stato lui a commettere l'errore, ad inserire una particella mai oggetto di sequestro nella confisca, e dunque questo danno dovrebbe essere pagato da chi lo ha commesso.

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