Condannato a 5 anni il questore di Palermo: "Caso Shalabayeva, fu sequestro di persona"

Per Renato Cortese - che all'epoca dei fatti era capo della Squadra mobile romana - anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Tutto iniziò la notte tra il 28 e 29 maggio 2013, quando la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov e la figlia furono prelevate dalla polizia nella loro abitazione

Renato Cortese

Il questore di Palermo, Renato Cortese, è stato condannato a cinque anni per la vicenda dell’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov. La sentenza è stata emessa dal tribunale di Perugia. Oltre a Cortese, all'epoca dei fatti capo della squadra mobile romana, tra gli altri è stato condannato anche l’ex dirigente dell’ufficio immigrazione, Maurizio Improta. Alma Shalabayeva venne rimpatriata nel 2013 con la figlia di 6 anni. 

Il tribunale ha condannato Cortese a cinque anni di reclusione e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici con l'accusa di sequestro di persona e alcuni capi di imputazione di falso ideologico (il sostituto procuratore per il questore di Palermo aveva sollecitato una condanna a due anni e quattro mesi). Finisce così il primo grado del processo, con gli avvocati che hanno già annunciato di attendere le motivazioni per proporre appello.

I giudici del Tribunale di Perugia erano entrati in camera di consiglio alle 10. Il verdetto è arrivato nel tardo pomeriggio. Lo scorso 23 settembre il pm di Perugia Massimo Casucci, al termine di una lunga requisitoria, aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati coinvolti nel caso. E alla fine nessuno è stato assolto. Sono stati infatti condannati anche il giudice di Pace, Stefania Lavore,  il funzionario della squadra mobile romana, Francesco Stampacchia, due agenti dell'ufficio immigrazione, Vincenzo Tramma e Stefano Leoni, e l'allora dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Roma, Luca Armeni. 

Gli imputati hanno sempre sostenuto la correttezza del loro operato. Anche oggi, come nelle scorse udienze, Renato Cortese era presente in aula. Tutto iniziò la notte tra il 28 e 29 maggio 2013, quando Alma Shalabayeva e la figlia furono prelevate dalla polizia nella loro abitazione di Casalpalocco. Le forze dell'ordine cercavano il marito, il dissidente kazako Muktar Ablyazov, ma alla donna venne contestata l'accusa di possesso di un passaporto falso. Due giorni dopo venne firmata l'esplusione e furono rimpatriate. Una vicenda che sollevò polemiche e che portò nel luglio dello stesso anno alle dimissioni del capo di gabinetto del ministero dell'Interno Giuseppe Procaccini. Non passò invece la mozione di sfiducia per l'allora capo del Viminale Angelino Alfano. La donna e la figlia sono poi tornate in Italia e a Shalabayeva nell'aprile 2014 è stato riconosciuto l'asilo politico.

Per Renato Cortese "che Alma Shalabayeva rimanesse in Italia, fosse trattenuta o espulsa, erano questioni che per lui si possono definire assolutamente irrilevanti. Il suo interesse - ha detto nell'arringa difensiva l'avvocato Franco Coppi, difensore dell'ex capo della Squadra Mobile di Roma - era un altro, quello di catturare una persona che oggi da tutti viene indicato come un martire ma che, in quel momento, venne segnalato da tutti come un pericoloso delinquente, una persona che ha rapporti con terroristi, se non terrorista lui stesso, accusato di avere commesso reati patrimoniali di rilevante entità".

"Cortese è l'uomo che ha catturato Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Salvatore Grigoli, Bernardo Provenzano - ha ricordato l'altro difensore di Cortese l'avvocato Ester Molinaro -. Ogni singolo capo di imputazione contestato a Cortese non sussiste. Le condotte e i fatti che gli vengono contestate non configurano reato e comunque non li ha commessi".

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(Fonte Adnkronos)

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