Il maresciallo eroe che si oppose al Grand Hotel Ucciardone: a lui sarà intitolato il carcere

Calogero Di Bona, il più integerrimo tra gli agenti della polizia penitenziaria, nel 1979 fu strangolato e carbonizzato nel forno crematorio della mafia. Lo uccisero i boss Lo Piccolo, Liga e Riccobono: aveva tentato di portare ordine tra i reclusi, abituati a champagne e formaggi francesi

Venne attirato in un tranello mentre era a passeggio per le strade del suo quartiere, Sferracavallo. Poi fu strangolato e il suo corpo venne bruciato nel forno della morte. Era il 28 agosto 1979. Adesso - a distanza di quasi 40 anni - Calogero Di Bona, maresciallo degli agenti di custodia, il più integerrimo tra gli agenti della polizia penitenziaria in servizio all'Ucciardone - "trova" il riconoscimento eterno. Perché il carcere palermitano sarà intitolato alla sua memoria. La cerimonia si svolgerà lunedì, alle 11, alla presenza di Santi Consolo, capo Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, del provveditore regionale per la Sicilia Gianfranco De Gesu e dei familiari di Calogero di Bona. 

Fu chiamato il maresciallo eroe che si oppose al Grand Hotel Ucciardone. Perché ribaltò quell'usanza consolidata, che vedeva i boss comandare nelle celle penitenziarie, abituati com'erano a fare arrivare nelle loro "stanze" champagne e formaggi francesi, tra lusso e favori. Calogero Di Bona era entrato a far parte del corpo degli agenti di custodia come semplice guardia nel 1964 fino a diventare maresciallo ordinario. Ma non piaceva ai boss di Cosa nostra. E il 28 agosto 1979 scomparve misteriosamente da Palermo al termine di una giornata di lavoro. Si parlò subito di lupara bianca. La moglie del maresciallo Di Bona disse che il marito quel giorno uscì per andare a prendere un caffè, dicendo che sarebbe tornato presto: dal quel momento non lo vide più.

Fino a qualche anno fa, la storia di Calogero Di Bona era richiusa nell'archivio delle storie dimenticate della città. Poi, grazie alla tenacia dei figli, il caso venne riaperto. E scattarono due condanne all'ergastolo per i boss Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga. Di Bona finì su un forno per il pane, che la mafia usava anche per incenerire le vittime dei suoi omicidi. Fu assassinato per uno sgarro alla persona sbagliata: il genero dell’allora boss mafioso Rosario Riccobono - morto per lupara bianca - Michele Micalizzi, a quel tempo rinchiuso all’Ucciardone, in quella famigerata quarta sezione che era una specie di grand’hotel per gli esponenti di Cosa nostra. Il maresciallo era stato preso di mira dai boss, ai quali non piacque la lettera di denuncia seguita al caso Micalizzi, scritta da anonimi agenti carcerari e inviata alla procura, al ministero di Grazie a giustizia e a due quotidiani palermitani, che però la pubblicarono soltanto dopo la scomparsa del maresciallo. Dall’episodio della missiva - da cui non scaturirono indagini, come sarebbe stato ovvio - partirono una serie di atti intimidatori, culminati nell’omicidio di Di Bona.

Recentemente è stato riconosciuto dal ministero dell'Interno Vittima del dovere. Proprio negli scorsi giorni il carcere Pagliarelli era stato intitolato alla memoria dell'Appuntato Antonio Lorusso.

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