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Alcuni dei carabinieri arrestati a Piacenza

Alcuni dei carabinieri arrestati a Piacenza

Scandalo in caserma: "Festino a luci rosse dei carabinieri nell'ufficio del comandante"

I retroscena dell'inchiesta di Piacenza che ha portato anche all'arresto del maresciallo Marco Orlando, di Petralia Sottana, che era a capo della stazione dove sarebbero avvenuti abusi di ogni sorta. Uno dei militari avrebbe organizzato pure un party a casa sua in pieno lockdown. L'ordinanza dedicata a Borsellino

Pratiche e divise sparpagliate a terra dopo un presunto festino a luci rosse organizzato da alcuni carabinieri nella stazione "Piacenza Levante", finita sotto sequestro, peraltro proprio nell'ufficio del comandante, ovvero Marco Orlando, il militare originario di Petralia Sottana finito agli arresti domiciliari nell'inchiesta "Odysseus" della guardia di finanza e della polizia locale piacentine. E' uno dei retroscena dell'inchiesta che ha messo in luce come i carabinieri (dieci in tutto quelli sottoposti a misura cautelare) avrebbero persino compiuto arresti illegali per sembrare più bravi di altri colleghi e smerciato droga. Nell'ordinanza, inoltre, emerge come uno degli indagati in divisa, Giuseppe Montella, a Pasqua - cioè in pieno blocco per l'emergenza Coronavirus - avrebbe organizzato una festa con parenti e amici a casa sua, violando quindi le norme che vietavano assembramenti e riunioni di famiglia. Il gip ha poi deciso di dedicare il suo provvedimento alla memoria del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta.

L'orgia in ufficio

Il festino nell'ufficio del comandante di origini palermitane emerge da uno scambio tra Montella e un altro carabiniere indagato, Salvatore Cappellano, che "commentano - scrive il gip di Piacenza, Luca Milani - un episodio che aveva visto come protagonista un collega in onore del quale, forse in concomitanza con una ricorrenza, era stata organizzata una serata all'interno della caserma alla presenza di due donne, presumibilmente escort, con le quali erano stati consumati rapporti sessuali". E aggiunge: "Lo scenario rappresentato da Montella è quello di un'orgia tenutasi addirittura all'interno dell'uffico del comandante Marco Orlando, dove si era creato un tale scompiglio che le pratiche erano state sparpagliate a terra". Un episodio dove "non sono forse ravvisabili reati - ammette il giudice - ma dalla descrizione traspare ancora una volta il totale disprezzo per i valori della divisa indossata dagli indagati, metaforicamente gettata a terra e calpestata, come quella del loro comandante, durante il festino appena rievocato".

Il party in pieno lockdown

Il 12 aprile, cioè il giorno di Pasqua, che gli italiani hanno dovuto trascorrere chiusi in casa e lontano da parenti e amici per via delle limitazioni legate all'emergenza Coronavirus, a casa dell'appuntato Montella i festeggiamenti sarebbero invece avvenuti senza alcuno scrupolo. Tanto che una donna aveva chiamato il 112 per segnalare il raduno in un'abitazione, che si era poi rivelata essere proprio quella dell'indagato. All'interno vi sarebbero stati lui, i suoi genitori, la compagna e i suoi figli, nonché una coppia di amici con i loro bambini. La centrale operativa, dove in quel momento era in servizio un altro militare indagato, Lorenzo Ferrante, aveva mandato una pattuglia, composta dal collega (anche lui sotto inchiesta), Giovanni Lenoci. Tuttavia, come rilevano gli inquirenti, una volta accortisi che quella era proprio la casa di Montella, i carabinieri avrebbero ommesso qualsiasi verbale e sanzione, nonostante le violazioni alle norme anti-Covid e Ferrante avrebbe persino chiamato Montella per scusarsi, spiegando che se avesse saputo che si sarebbe trattato di lui non avrebbe neppure inviato la pattuglia.

Ma non è tutto. Successivamente, infatti, Ferrante, ritrovandosi solo alla centrale operativa, avrebbe pensato bene di inviare tramite Whatsapp a Montella il file della telefonata con la quale la donna (che aveva preferito non fornire le sue generalità al 112) aveva segnalato la festa per "consentirgli - sostiene la Procura - di identificarla dalla voce e inviandogli anche il numero di telefono con cui la donna aveva effettuato la chiamata".

Il gip dedica l'ordinanza a Paolo Borsellino

Il giudice di Piacenza ha finito la stesura dell'ordinanza di custodia cautelare proprio il 19 luglio, cioè in occasione dell'anniversario della strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Ed è proprio a loro che ha voluto dedicare il suo provvedimento: "Il pensiero non può che andare al caso, il quale ha voluto che la data di conclusione del presente lavoro sia la stessa in cui, 28 anni fa, servitori dello Stato - di tutt'altro spessore rispetto agli odierni indagati - persero la vita compiendo il proprio dovere. A A loro - scrive il gip Milani - si dedica questo atto di giustizia".
 

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