Lunedì, 14 Giugno 2021
Cronaca Resuttana-San Lorenzo / Viale Strasburgo

Ferita dopo una caduta davanti al pronto soccorso, Villa Sofia condannata a risarcirla

La donna era finita a terra perché l'asfalto era dissestato nel febbraio del 2010. Il processo, che si trascina da oltre 11 anni, non è ancora chiuso: i giudici le avevano riconosciuto una somma superiore ai circa 7 mila euro che lei stessa aveva preteso e per la Cassazione l'importo deve essere invece proprio quello richiesto

L'ingresso del pronto soccorso di Villa Sofia

Ormai più di undici anni fa, il 26 febbraio del 2010, era caduta davanti al pronto soccorso di Villa Sofia ed aveva riportato delle lesioni. Dopo aver intrapreso una lunga causa civile, ha ottenuto il diritto al risacimento del danno, ma - come ha stabilito la Cassazione - nella misura esatta in cui l'aveva inizialmente richiesto, ovvero quasi 7 mila euro, e non con la somma superiore che le avevano - eroneamente, secondo i giudici - concesso sia il tribunale che la Corte d'Appello.

Il processo, nonostante sia passato più di un decennio dai fatti, non è concluso proprio perché la terza sezione civile della Suprema Corte, presieduta da Angelo Spirito, ha deciso - accogliendo il ricorso dell'azienda ospedaliera - di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado perché un nuovo collegio della Corte d'Appello quantifichi correttamente la cifra che dovrà essere versata alla donna vittima dell'incidente.

La caduta, come è stato accertato nel processo, era stata provocata da un avvallamento nel manto stradale nell'area che si trova proprio davanti al pronto soccorso di Villa Sofia. La vittima aveva deciso di chiedere i danni indicando una somma precisa: 6.717,02 euro. Il tribunale aveva disposto una consulenza medico-legale, all'esito della quale la donna aveva deciso di aumentare l'entità della sua richiesta economica. Istanza che era stata accolta dai giudici sia in primo grado, nel 2014, che poi in secondo grado, nel febbraio 2018.

L'ospedale ha però fatto ricorso in Cassazione, contestando la così detta "ultrapetizione": nella sua domanda originaria, infatti, la vittima non avrebbe usato l'espressione "somma maggiore o minore che risulti dovuta in corso di causa", ma puntato invece ad una cifra precisa, "secca". Per la struttura sanitaria, quindi, dovrebbero esserle versati soltanto i soldi richiesti, nulla in più, come invece avevano deciso i giudici.

La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso e dato quindi ragione all'ospedale. Si legge infatti nella sentenza: "La precisazione dell'ammontare della somma domandata può avere invero valore meramente indicativo allorquando, pur dopo averla formulata, la parte chieda che il danno venga comunque liquidato secondo giustizia ed equità, potendo in tale ipotesi il giudice attribuire una somma anche superiore a quella richiesta, rimanendo esclusa solamente la possibilità di darsi ingresso a voci di danno diverse da quelle espressamente elencate. Diversamente, ove l'attore abbia dichiarato di rimettersi comunque 'alla valutazione equitativa del giudice', il giudice non può pronunciare condanna per importi superiori a quelli richiesti dalla parte, giacché quella formula, in difetto di una esplicita dichiarazione in tal senso, non può intendersi come una domanda di somme anche maggiori rispetto a quelle indicate, ma solo come richiesta al giudice di effettuare la valutazione equitativa del danno".

La donna - spiegano ancora i giudici - aveva chiesto "espressamente la condanna al pagamanto della specificatamente indicata 'somma di 6.717,02 euro a titolo di risarcimento per le lesioni subite e per il danno patrimoniale correlato, oltre interessi e rivalutazione monetaria'. Si trattava pertanto di domanda avente ad oggetto una somma certa e determinata, un importo 'secco', senza alcuna ulteriore richiesta di liquidazione del danno comunque 'secondo giustizia ed equità'".

La domanda iniziale, invece, era stata rivista al rialzo in corso d'opera dalla vittima e i giudici le avevano liquidato una somma maggiore "rispetto all'importo specificamente indicato originariamente", in violazione, secondo la Cassazione di un preciso orientamento giuridico. Da qui l'annullamento con rinvio della sentenza.

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