Mazzate alle vetrine dei negozi del centro per rubare gioielli e telefonini: 8 condanne

La presunta banda che tra febbraio e marzo dell'anno scorso sarebbe riuscita a mettere a segno 10 colpi è stata processata con il rito abbreviato. Gli imputati furono quasi tutti arrestati nel blitz "Gold Night", incastrati dalle telecamere di sorveglianza

Le immagini riprese dalle telecamere di uno dei negozi saccheggiati

Una tecnica consolidata per saccheggiare i negozi del centro: prendere a mazzate le vetrine e portare via gioielli, telefonini e altra merce esposta. La banda, che tra febbraio e marzo dell'anno scorso era riuscita a mettere a segno dieci colpi ed era diventata il terrore dei commercianti, adesso è stata condannata dal gup Elisabetta Stampacchia, che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dei sostituti Chiara Capoluongo ed Andrea Zoppi, al termine del processo che si è svolto con il rito abbreviato.

Nello specifico sono otto gli imputati condannati. Il giudice ha inflitto la pena più alta - 7 anni e 8 mesi - al presunto capo del gruppo, Angelo D'Anna. Cinque anni e 20 giorni sono stati inflitti poi a Domenico Safina, 5 anni a Calogero Alaimo, 4 anni a Girolamo Filippone, 3 anni a Ignazio Lo Coco e infine 2 anni e 2 mesi ciascuno a Daniele Garofalo, Pietro Lopes e Giosuè Lo Piccolo. Per una nona imputata, Serafina Barbara Lo Coco, moglie di D'Anna, per la quale la Procura aveva chiesto una condanna a un anno per favoreggiamento, il gup ha invece deciso di restituire gli atti ai pm ritenendo che il fatto sia diverso da come è stato contestato. 

Quasi tutti gli imputati furono arrestati il 4 settembre dell'anno scorso con l'operazione "Gold Night" e, proprio mentre il gip Marco Gaeta definitiva l'ordinanza di custodia cautelare, secondo l'accusa, il gruppo avrebbe compiuto altri due colpi senza però riuscire a mettere le mani su nulla. Erano state comunque distrutte le vetrine di un negozio di scarpe della catena "Primadonna" e quelle della gioielleria Giglio di via Libertà.

La tecninca utilizzata dal gruppo era sempre la stessa: distruggere le vetrate e scardinare le porte per accedere alle attività commerciali. In quasi tutti i casi, però, non sarebbe stato preso in considerazione un dettaglio piuttosto importante: la presenza di telecamere di sorveglianza. I colpi erano stati quindi quasi tutti ripresi in diretta e poi, attraverso delle intercettazioni, i presunti autori erano stati individuati.

D'Anna, secondo la Procura, avrebbe coordinato ogni furto dall'esterno, sfruttando semplici conferenze telefoniche con gli altri imputati, ai quali diceva come muoversi o quando fermarsi per l'eventuale presenza di passanti o di pattuglie delle forze dell'ordine. In alcune di queste chiamate era stato persino registrato il rumore di un flex utilizzato per smontare la porta di un negozio.

Anche la moglie di D'Anna era stata coinvolta nell'inchiesta: avrebbe aiutato l'imputato a nascondersi in un b&b per sfuggire ai controlli della polizia dopo uno dei furti, ma avrebbe anche compiuto assieme a lui i sopralluoghi precedenti al colpo alla gioielleria Palumbo. La Procura le contestava il favoreggiamento e ne aveva chiesto la condanna, ma il giudice ha stabilito che il reato possa essere un altro e, restituendo gli atti, ha indicato nuovi approfondimenti.

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