Commando che faceva esplodere i bancomat: "Sette anni e mezzo di carcere per il capo palermitano"

E' la richiesta fatta dalla Procura per Stefano Di Maggio, 38 anni, pregiudicato. Suo suocero, Antonio Orlando, è morto "sul campo" nel 2011. Una decina gli assalti messi a segno dal gruppo in altrettanti sportelli bancari automatici, concentrati tra Milano e Torino

Uno degli assalti messi a segno

Un boato tremendo, il palazzo che trema, i residenti terrorizzati. Poi le ruote di auto che sgommano e i soldi dello sportello bancomat in fumo. C'era un palermitano a capo dell'affiatata banda di 'bancomattari', smantellata negli scorsi mesi dai carabinieri di Bologna. E per lui adesso il procuratore aggiunto Morena Plazzi ha chiesto 7 anni e mezzo. Si tratta di Stefano Di Maggio, 38 anni, pregiudicato per reati dello stesso tipo. In carcere a maggio erano finite otto persone tra i 28 e i 39 anni, alcuni dei quali vecchie conoscenze della 'mala' locale: ora per la banda la Procura ha chiesto oltre 40 anni di carcere, nonostante lo ‘sconto’ di un terzo previsto dall’abbreviato scelto dagli imputati.

Il 19 febbraio sono previste le repliche e la sentenza. Il commando era specializzato nella tecnica della ‘marmotta’, il parallelepipedo zeppo di polvere pirica gettato nelle fessure degli sportelli automatici. "Un gruppo – secondo le accuse di Procura e carabinieri dell’Investigativo riportate dal Resto del Carlino – che ha operato con ordigni esplosivi che hanno creato danni rilevanti alle strutture". E si va dal tentativo di furto alla Banca di Imola di Bubano di Mordano, a quello consumato all’Emilbanca di Bentivoglio e alla Unicredit di via Mattei, poi altri blitz tra Rimini, Torino, Vercelli e Milano.

Il ritratto del palermitano

Stefano Di Maggio non è un uomo qualunque. Si tratta di un "erede" del pregiudicato Antonio Orlando, morto nel 2011 a Pero, investito dalla deflagrazione di una bombola di acetilene proprio mentre stava cercando di scassinare uno sportello automatico. Di Maggio è sposato con una delle figlie di Orlando. L'area di azione della banda comprendeva tutto il Nord Italia, con una decina di assalti riusciti in altrettanti sportelli bancari automatici, per lo più concentrati tra Milano e Torino. Le modalità erano quelle di sempre, con un pacchetto esplosivo piazzato nell'erogatore del bancomat e e fatto saltare, per poi entrare nella filiale e asportare i contanti.

Le indagini

Il palermitano però avrebbe commesso un passo falso. Il 27 maggio scorso, mezz’ora prima che venisse "ripulito" uno sportello Unicredit viene notato e ripreso con fare sospetto da un addetto alla sicurezza di una ditta nei paraggi: per gli investigatori faceva un giro di perlustrazione. Di Maggio per i carabinieri sarebbero al vertice dell’associazione a delinquere, talmente esperto da aver creato "una sorta di sottocultura caratterizzata da regole consuetudinarie", appresa dal suocero Antonio Orlando. Per la pm Plazzi "gli assalti ai bancomat sono da decenni l’unica fonte di guadagno degli Orlando e congiunti, che negli anni hanno saputo riciclare il denaro in immobili, autovetture di lusso, attività commerciali".

Passi falsi a parte, il gruppo era molto attento a non lasciare tracce e per non farsi individuare aveva adottato diverse contromisure, come ad esempio lo spostamento in treno e in taxi. Arrivati in zona, il gruppo metteva in azione il piano utilizzando auto 'sicure' con le targhe cambiate spesso e i mezzi parcheggiati in garage sigillati poi con colla a caldo, per accorgersi di eventuali intrusioni.

Il ruolo delle mogli

Gli inquirenti si sono trovati davanti anche la collusione delle famiglie dei malviventi: le mogli degli arrestati avevano il compito di tenere i cellulari dei mariti accesi e a casa per procurare eventuali alibi al gruppo. L'operazione è scattata in un momento di cambio di strategia della banda, che aveva intenzione di spostarsi nella riviera romagnola per assaltarne gli sportelli, in vista della stagione estiva.

Gli investigatori però, a partire da alcuni errori commessi dal gruppo, sono riusciti a risalire alle identità di tutta la batteria e hanno iniziato a pedinarne i movimenti, anche con l'uso delle telecamere di sorveglianza. Nel corso delle operazioni veniva rinvenuto e sequestrato il seguente materiale: autovettura BMW serie 1 con targa tedesca, una autovettura Audi s6 con targa tedesca, telefoni cellulari, 9.860,00 in contanti, radio ricetrasmittenti, pistole e fucili soft air, coltelli, vari borsoni ed indumenti utilizzati durante gli assalti.

I segreti della banda

Una banda che operava con un'organizzazione paramilitare, fatta di sopralluoghi e pianificazione con una Fiat Punto "pulita", e che agiva nei giorni di martedì e sabato. Una base operativa, in un garage di via Torreggiani 30 a Bologna e una seconda a Cesano Boscone (MI), dove i malviventi si abbigliavano con calzari, vestiti e guanti scuri. La banda si serviva anche di altri garage, uno a San Lazzaro, in via Jussi, e uno in via Allende in città. 

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La tecnica

Due auto fungevano da palo davanti agli istituti di credito e ingaggiavano falsi inseguimenti con eventuali pattuglie delle forze dell'ordine giunte sul posto, mentre una terza era "operativa", come definita dagli stessi ladri. Disponevano anche di un'auto "di cortesia" in caso di guasto. La tecnica utilizzata è quella della marmotta. I colpi sono stati effettuati sempre all'interno di centri abitati, destando anche grande preoccupazione per la staticità degli stabilii, dato che le violente esplosioni sventravano letteralmente le banche. Indagini sono in corso per stabilire quali sono i canali di rifornimento del materiale esplodente che veniva trasportato nelle auto di grossa cilindrata, fino a 4mila, e a grande velocità, fino a 260 km orari sulla A1, con grandi rischi di incidenti.

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