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Martedì, 24 Maggio 2022
Cronaca

Provocarono il crac dell'Amia, condanne definitive ma niente carcere per l'ex senatore Galioto e altri 3

La Cassazione conferma i 4 anni inflitti all'ex presidente dell'azienda, fallita nel 2013: dovrà lasciare la carica di primario al Cto di Villa Sofia per via dell'interdizione dai pubblici uffici. Stessa pena per l'ex direttore Orazio Colimberti, 3 anni per due ex membri del Cda. "Bancarotta derivata dai falsi nei bilanci 2005 e 2006 che nascosero perdite milionarie"

Nessuno di loro andrà in carcere, anche se furono le loro scelte - come ha sancito la quinta sezione della Cassazione - a portare alla bancarotta l'Amia, l'azienda per l'igiene ambientale a totale partecipazione del Comune che fu poi dichiarata fallita nel 2013 e successivamente sostituita dalla Rap. Il collegio presieduto da Antonio Settembre ha infatti integralmente confermato la sentenza di condanna per l'ex presidente dell'Amia, nonché ex senatore dell'Udc, Vincenzo Galioto, per l'ex direttore generale Orazio Colimberti e per due ex membri del Cda, Angelo Canzoneri e Paola Barbasso Gattuso, emessa il 3 luglio dalla prima sezione della Corte d'Appello.

Nello specifico, Galioto e Colimberti sono stati condannati a 4 anni, mentre gli altri due imputati a 3 anni ciascuno. Il collegio di secondo grado (presieduto da Maria Elena Gamberini, a latere Luisa Anna Cattina, relatore Mario Conte) aveva di fatto a sua volta confermato le condanne del tribunale, rivedendo al ribasso soltanto la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, passata da 10 a 5 anni.

Ed è proprio questa sanzione che avrà ripercussioni più concrete per gli imputati. Galioto, per esempio, che da diversi anni è primario del reparto di Odontoiatria del Cto di Villa Sofia, dovrà necessariamente lasciare questo incarico, anche se è comunque ormai prossimo alla pensione.

Il processo per la bancarotta fraudolenta dell'Amia era nato da quello sui falsi nei bilanci del 2005 e del 2006 dell'ex municipalizzata. Come era emerso dall'inchiesta coordinata all'epoca dall'allora sostituto Carlo Marzella (oggi è sostituto in Procura generale), con una serie di trucchi, cioè inserendo plusvalenze e proventi straordinari nei documenti contabili, si sarebbe riusciti a far risultare i conti dell'Amia in ordine, quando invece avrebbero dovuto essere registrate pesanti perdite.

Nel 2005 dai bilanci risultava un attivo di 113 mila euro, quando le perdite erano invece di quasi 16 milioni, mentre nel 2006 venne certificato un attivo di 200.335 euro, quando invece c'erano perdite per 31 milioni e 800 mila euro. La maggior parte delle operazioni che avevano consentito di taroccare i bilanci erano legate a cessioni di mezzi ed immobili alla società satellite di Amia, Amia Servizi srl che, per l'accusa, sarebbe stata creata peraltro proprio a questo scopo. Questi falsi nei bilanci erano poi diventati l'origine di tutti i mali per l'azienda, sprofondata nel rosso, tanto che nel 2010 ne venne dichiarato dal tribunale lo stato d'insolvenza.

Il processo per i falsi in bilancio è stato molto travagliato ed aveva portato ad una serie di assoluzioni e prescrizioni. Questo perché le norme sulla materia, introdotte all'epoca da uno dei governi guidati da Silvio Berlusconi, avevano costretto la Procura a contestare soltanto delle semplici contravvenzioni, con termini di prescrizione molto più brevi quindi. Per evitare questo stato di cose sarebbe stata necessaria una denuncia da parte del socio unico dell'Amia, cioè il Comune di Palermo, allora guidato dal sindaco Diego Cammarata, che non venne però mai formulata. Il Comune, tuttavia, si costituì comunque parte civile nel processo.

A luglio scorso, sul fronte civile, il tribunale ha poi condannato in primo grado proprio il Comune a versare 51 milioni alla curatela fallimentare dell'Amia. Anche Galioto, Colimberti, Canzoneri e Barbasso Gattuso (assieme ad altri due) dovranno versare complessivamente 6 milioni.

La sentenza della Cassazione, che ha reso definitive le condanne per i quattro imputati in relazione alla bancarotta fraudolenta, è stata emessa il 26 novembre scorso, ma la notizia è trapelata solo oggi, con il deposito del verdetto e delle motivazioni da parte della Suprema Corte.
 

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