Suo padre ucciso dai boss ma la Regione le nega l'assunzione, il Cga: "Ha diritto al posto"

La storia della figlia del costruttore Salvatore Pollara, eliminato dalla mafia nel 1983 perché non volle piegarsi al pizzo e alle minacce. Per il Tar l'omicidio è avvenuto prima dell'introduzione della legge che concede il beneficio ai parenti delle vittime, ma ora in via cautelare la decisione è stata ribaltata

Il costruttore Salvatore Pollara, ucciso dalla mafia l'11 marzo del 1983

Suo padre, il costruttore Salvatore Pollara - in anni in cui ben pochi avevano il coraggio di ribellarsi e molto prima della scelta eroica di Libero Grassi - non esitò a rifiutarsi di pagare il pizzo e persino a denunciare le richieste dei boss, nonostante le minacce sempre più pesanti e gli incenti nei suoi cantieri. E l'11 marzo del 1983 pagò con la vita la scelta di non sottostare al potere di Cosa nostra. Ma a lei, Maria Giuseppina Pollara, la Regione nega l'assunzione prevista per i parenti delle vittime di mafia come sancito da una legge del 1999, sostenendo che l'uccisione del genitore risalga ad un periodo precedente all'entrata in vigore della norma. Adesso, però, il Cga ha accolto il ricorso della donna e - in via cautelare - ha disposto che la sua richiesta di assunzione sia invece presa in considerazione dall'assessorato alla Famiglia, alle Politiche sociale e al Lavoro.

Salvatore Pollara, originario di Prizzi, venne ucciso da due killer in via Montuoro, alla Noce, mentre stava tornando a casa sulla sua Renault 4. Era un imprenditore molto noto e che aveva curato lavori importanti e prestigiosi, come il restauro della Cattedrale e di diverse chiese, come quella di San Domenico, nonché del Castello di Caccamo. Nel 1979 suo fratello Giovanni era stato fatto sparire col metodo della lupara bianca e il costruttore non esitò a collaborare con i magistrati e a testimoniare poi nel processo. Così come denunciò alle forze dell'ordine - in un periodo ben diverso da quello attuale - le richieste di pizzo. E quando arrivarono le minacce, sempre più pesanti, da parte di Cosa nostra, con incendi e intimidazioni, non si lasciò piegare. Proprio per il suo coraggio venne poi assassinato.

Solo nel 1996, grazie alle dichiarazioni del pentito Francesco Paolo Anzelmo, tra i responsabili del delitto, furono riaperte le indagini sulla morte di Pollara e l'anno scorso gli è stato intitolato anche un giardino della memoria in piazza Maria Santissima di Pompei, a Bonagia, accanto alla chiesa omonima, peraltro ultimo cantiere della ditta Pollara.

Una delle figlie del costruttore, Maria Giuseppina, tra il 2015 ed il 2018, aveva chiesto di accedere a uno dei benefici previsti per i parenti delle vittime di mafia, ovvero l'assunzione alla Regione. Il 3 luglio dell'anno scorso, però, era arrivata la risposta negativa. Che la donna, difesa dagli avvocati Girolamo Rubino e Calogero Ubaldo Marino, ha deciso di impugnare davanti al Tar.

I giudici - di fronte alla richiesta di sospensiva del provvedimento - avevano però ritenuto che le modifiche introdotte nel 2008 alla legge del 1999 lasciavano ritenere che Pollara non avrebbe potuto accedere al beneficio, "perché l'evento (cioè l'uccisione di suo padre, ndr) si è verificato prima dell'entrata in vigore della legge del 1999", come aveva argomentato ad ottobre dell'anno scorso il collegio presieduto da Cosimo Di Paola (estensore Raffaella Sara Russo). L'istanza cautelare era stata quindi respinta.

La difesa della donna ha sosenuto che altre persone, nella sua stessa condizione e per "fatti criminosi antecedenti al 17 settembre 1999" sono state invece assunte alla Regione. Ed è uno degli argomenti che ha spinto adesso il Cga ad accogliere l'istanza cautelare, ribaltando l'ordinanza del Tar. In attesa che si entri nel merito, i giudici hanno stabilito dunque che si proceda comunque all'assunzione.

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