Cronaca

Il clan del Borgo sotto processo, tra le 5 assoluzioni definitive quella del capo ultras Johnny Giordano

Escono dalla lista degli imputati anche Marilena Torregrossa, Giorgio Mangano, Matteo Lo Monaco e Gaspare Giardina. Gli altri 28 condannati hanno impugnato il verdetto di primo grado e a breve si conoscerà la data d'inizio dell'Appello

Definitive le assoluzioni disposte dal giudice per l’udienza preliminare Donata Di Sarno, nell'ambito del procedimento in abbreviato, nell'inchiesta Resilienza e Resilienza 2. Tra le cinque assoluzioni anche quella del capo ultras rosanero Johnny Giordano, difeso dagli avvocati Giovanni Castronovo e Silvana Tortorici, accusato di concorso esterno all'associazione mafiosa, e per il quale la pubblica accusa aveva chiesto la condanna a 10 anni di reclusione.

La stessa condanna era stata richiesta per Marilena Torregrossa, difesa dall'avvocato Rosanna Vella e Giorgio Mangano, difeso dall'avvocato Antonio Turrisi. Definitive pure le assoluzioni di Matteo Lo Monaco (anche per lui la Procura aveva chiesto la condanna 10 anni) e Gaspare Giardina (per il quale la richiesta era di 3 anni). I 28 condannati invece hanno tutti impugnato il verdetto di primo grado, ed a breve si conoscerà la data d'inizio del processo di appello legato all’inchiesta, condotta dai carabinieri tra ottobre 2020 e marzo dell’anno scorso, contro il clan del Borgo.

Secondo quanto ricostruito dai sostituti procuratori Luisa Bettiol e Gaspare Spedale, il pizzo sarebbe stato imposto a tappeto (e molti imprenditori decisero di denunciarlo), ma boss e gregari avrebbero anche gestito lo smercio di droga, arrivando anche a stabilire quale cantante neomelodico avrebbe potuto esibirsi durante le feste di piazza (censurandone espressamente alcuni) e a dirimere contese tra tifosi.

Impugnate le condanne di primo grado

Durante il processo di primo grado il giudice ha condannato i tre fratelli Ingarao infliggendo 17 anni e 4 mesi a Jari Massimiliano, 8 anni e 8 mesi a Danilo e 7 anni e 8 mesi a Gabriele Ingarao. Ad Angelo Monti, secondo l'accusa nuovo reggente del clan, sono stati inflitti 4 anni e mezzo in continuazione con una precedente condanna. Condannati anche Paolo Alongi (6 anni e 8 mesi), Gianluca Altieri (un anno e 8 mesi),Giacomo Marco Bologna (un anno e 8 mesi a fronte di una richiesta di 10 anni e 8 mesi), Salvatore Bongiorno (6 anni e 8 mesi), Giovanni Bronzino (8 anni e 4 mesi), Francesco Paolo Cinà (2 anni e 2 mesi), Giuseppe Pietro Colantonio (un anno in continuazione con una precedente condanna), Domenico Canfarotta (8 anni), Giuseppe D'Angelo (un anno e 4 mesi), Nicolò Di Michele (2 anni 2 mesi e 20 giorni), Marcello D'India (8 anni e 4 mesi), Davide Di Salvo (un anno e 4 mesi), Antonio Fortunato (6 anni e 8 mesi), Salvatore Guarino (13 anni e 4 mesi), Giuseppe Gambino (10 anni), Filippo Leto (6 mesi e 20 giorni), Giuseppe Lo Vetere (7 anni e mezzo), Vincenzo Marino (2 anni e 2 mesi), Pietro Matranga (5 anni e mezzo), Francesco Mezzatesta (2 anni e 4 mesi), Girolamo Monti (10 anni), Emanuel Sciortino (7 anni e 4 mesi), Vincenzo Vullo (4 anni e 8 mesi) e Giovanni Zimmardi (13 anni e mezzo).

Nel processo si erano costituiti parte civile diversi imprenditori taglieggiati, ma anche alcune associazioni antiracket, tra cui il Centro Pio La Torre, Addiopizzo, Fai, Confcommercio, Sicindustria, nonché il Comune, assistiti tra gli altri dagli avvocati Ettore Barcellona, Francesco Cutraro e Salvatore Caradonna. Altri tre imputati - Carmelo Cangemi, Pietro Cusimano e Ignazio Sirchia - hanno scelto il dibattimento e sono già stati rinviati a giudizio, mentre un'altra persona finita sotto inchiesta e che non era stata arrestata, Tommaso Lo Presti, 50 anni, cugino dell'omonimo capomafia, è deceduto nel frattempo per Covid.
 

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