Aspiranti giornalisti, il ruolo dell'Ordine: fa discutere una decisione del Cnog

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PalermoToday

Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia ha discusso a lungo in merito a una decisione del Consiglio nazionale dell’Ordine che ha accolto il ricorso di un’aspirante pubblicista la cui domanda era stata in prima istanza rigettata perché sui social aveva solidarizzato con due cantanti neomelodici, oggetto di un servizio sui rapporti degli stessi con la criminalità organizzata. Ricordiamo che i cantanti avevano violentemente attaccato, sempre attraverso i social, la giornalista autrice dell’articolo, provocando la reazione – a loro favorevole – dei fan.

Il Consiglio dell’Ordine della Sicilia, al di là delle discutibili ragioni della decisione in sé, sottolinea la propria totale solidarietà a chi è minacciato dalla mafia e la contrarietà ad atteggiamenti che, anche solo lontanamente, possano dimostrare vicinanza con personaggi, come alcuni neomelodici, che hanno dato prova, anche di recente, di contiguità con ambienti che fanno parte di quell’area opaca che i giornalisti siciliani rifiutano con sdegno e con forza.

In particolare le motivazioni del provvedimento destano perplessità, in quanto viene negato, con dubbio formalismo, come scrive il Cnog, il «diritto dell’Ordine regionale a effettuare valutazioni di carattere deontologico con riguardo al comportamento di un soggetto non ancora formalmente iscritto all’Albo».

Se è vero che con la riforma degli ordinamenti professionali è stata operata la separazione tra le funzioni disciplinari e le funzioni amministrative che trasferisce la valutazione del comportamento degli iscritti ai Consigli di disciplina, la decisione del Cnog di fatto nega agli Ordini regionali il potere di valutare i comportamenti degli aspiranti giornalisti prima di decidere il loro formale ingresso nell’Albo. In pratica un “liberi tutti”,  con un Consiglio dell’Ordine che sembra ridotto a mero ente “burocratico”, chiamato a non giudicare e a non esprimersi su comportamenti tutt’altro che irreprensibili di chi aspira all’iscrizione all’albo, aprendo di fatto le porte della professione a chicchessia, anche a coloro i quali sembrano indulgere a simpatie più o meno esplicite verso la Sicilia delle zone grigie.
Alla luce di tutto questo, il Consiglio dell’Ordine di Sicilia, respingendo l’affermazione di avere esercitato un “eccesso di potere” nell’espletare le proprie funzioni di vigilanza a garanzia della professione, invita il presidente Giulio Francese a rappresentare nella prossima Consulta dei presidenti l’amarezza per un’accusa che si ritiene immeritata, invitando il presidente Carlo Verna  a chiarire se, in un momento così difficile e incerto per la nostra professione, si voglia davvero svilire il ruolo degli Ordini regionali, riducendoli sic et simpliciter ad acritici organi burocratici.

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