Picchia fruttivendolo e lo manda in ospedale, arrestato "datore di lavoro"

I carabinieri hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip nei confronti di un 49enne. I fatti risalgono al gennaio del 2018. Quella che inizialmente era stata considerata una caduta, nascondeva in realtà un episodio di violenza

Dopo l’aggressione subita è rimasto intubato nel reparto di Rianimazione del Policlinico per più di una settimana, trovandosi poi a dover cambiare abitudini e a vivere per un po’ con il fratello temendo che il suo “datore di lavoro” potesse fargli ancora del male. I carabinieri hanno arrestato a Partinico il 49enne Pietro Cangemi e lo hanno condotto in carcere in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip del tribunale di Palermo Maria Cristina Sala.

I fatti risalgono al gennaio 2018, quando la vittima dell’aggressione venne portata in ospedale per quella che inizialmente era stata considerata una caduta dalle scale. La diagnosi però non aveva convinto i medici che avevano segnalato la vicenda ai carabinieri che hanno avviato subito le indagini. La vittima, un ambulante di 43 anni che lavorava tra Partinico e il Trapanese, aveva riportato traumi e ferite considerati non compatibili con un incidente avvenuto sulle scale.

Dello stesso avviso anche la consulente nominata dalla Procura durante le indagini effettuate nei mesi a seguire: si trattava di un un "trauma conclusivo diretto mediante colpi inferti con calci e/o pugni, con oggetti contundenti, ovvero mediante urto del corpo contro una superficie dura". In un primo momento, dopo le dimissioni dalla casa di cura dove aveva fatto la riabilitazione, la vittima aveva raccontato di essere stato picchiato dal suo datore di lavoro per piccoli ammanchi in cassa o perché sospettava che facesse la cresta ai clienti.

"Premetto di svolgere da circa 20 anni la professione di ambulante. Dapprima con mio padre e poi, da circa 10 anni - aveva denunciato - ho iniziato a lavorare con tale Cangemi". Il loro rapporto non era mai stato regolarizzato e dopo un po’ di tempo, ricostruiscono gli inquirenti, il "datore" non avrebbe più pagato la vittima per via delle spese eccessive che diceva di sostenere. Nonostante la sua giornata lavorativa iniziasse alle 7, aveva aggiunto, e finisse alle 17.30 circa. Quando terminava, doveva pure passare dalla madre di Cangemi e consegnare gli incassi.

Nel tempo una serie di episodi avrebbero iniziato a incrinare il rapporto, tanto che una volta Cangemi - racconta la vittima - lo avrebbe anche minacciato: "Qualche giorno ti mando all’ospedale". In un secondo momento l’ambulante, chiamato dai carabinieri per essere ascoltato nuovamente in caserma a distanza di circa un anno, avrebbe ritrattato la sua versione facendo credere di avere avuto da sempre un ottimo rapporto con il 49enne: "Posso affermare che è un mio fraterno amico e lo considero come un padre".

Durante le indagini, sono stati ascoltati i familiari della vittima che hanno riferito del suo cambio di abitudini, tanto da non volere tornare a vivere nella sua abitazione e di avere maturato uno stato di angoscia che lo portava a barricarsi in casa. "Ogni qualvolta sente transitare un’auto - ha detto il fratello - similare a quella di Cangemi, un’Alfa Romeo 147, perché ne riconosce il rombo, tramuta il suo atteggiamento e diventa nervoso".

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Cosa sia accaduto quel giorno, agli inizi di gennaio 2018, e cosa abbia scatenato la violenza non è ancora chiaro ma gli inquirenti e gli investigatori sarebbero riusciti ad avere un quadro sufficientemente completo della vicenda. Sulla scorta degli elementi acquisiti il sostituto procuratore Federica La Chioma ha chiesto l’applicazione della misura cautelare della detenzione in carcere, firmata e concessa dal gip lo scorso 23 giugno.

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