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(foto archivio)

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"In piazza XIII vittime non lavori più", prostituta picchiata e sfigurata: arrestate due sorelle

In manette due nigeriane accusate di aver aggredito una loro connazionale. Prima le avrebbero pagato il viaggio per l'Italia, poi l'avrebbero costretta a vendere il proprio corpo per ripagare un debito da 20 mila euro

Si è presentata negli uffici di polizia in lacrime e con ancora i segni sul volto di una violenta aggressione. Ha raccontato agli agenti i mesi di sofferenza vissuti, da quel giorno in cui due donne sue connazionali l’avrebbero picchiata e colpita al volto con un coccio di vetro per impedirle di continuare a lavorare. Oggi, al termine delle indagini avviate dopo la denuncia fatta a gennaio, la polizia ha arrestato due nigeriane accusate di stalking, lesioni aggravate e favoreggiamento della prostituzione. Entrambe sono state rinchiuse in carcere in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del Tribunale di Palermo.

Dopo aver finalmente trovato il coraggio di confidarsi con i poliziotti della sezione Criminalità straniera e prostituzione della Squadra Mobile, la vittima delle violenze ha riferito l’episodio che aveva rappresentato per lei l’ultima goccia. "Ha raccontato - ricostruiscono dalla Questura - che un giorno era stata avvicinata dalle due sorelle che ben conosceva. Le due l'avevano aggredita con violenti e ripetuti colpi in varie parti del corpo che le avevano provocato numerose ferite. Utilizzando un coccio di vetro l’avevano colpita sul viso in modo da causarle una lesione che compromettesse la sua possibilità di lavorare. Non soddisfatte, dopo l’aggressione, l’avevano altresì minacciata di sfregiarle il viso con l’acido se l’avessero ancora vista prostituirsi in piazza XIII Vittime".

Da quel momento la donna nigeriana si era chiusa in casa, non trovando per lungo tempo la forza di denunciare quello che aveva vissuto dal suo arrivo a Palermo, nel 2017. Agli agenti ha poi rivelato di "aver cominciato a prostituirsi per strada per guadagnare. Il racconto - ricostruiscono dalla Questura - aveva fatto emergere come non solo lei fosse stata costretta a versare tutto il guadagno raccolto per strada alle due sorelle e a vivere in un appartamento insieme a loro, che le avevano pagato il viaggio per l’Italia e pretendevano un risarcimento di 20 mila euro". A un certo punto era arrivata però una notizia che aveva segnato in qualche modo una svolta nel rapporto con le due donne rispetto al debito da ripagare.

"Alcune di queste ragazze - aggiungono dalla polizia - erano venute a conoscenza che nello stato del Benin il re aveva promulgato una legge che affrancava le donne costrette a prostituirsi per ripagare i debiti del viaggio. Sulla scorta di questa informazione, avevano detto alle loro connazionali che da quel momento non avrebbero più pagato e che finalmente sarebbero andate via da casa, sottraendosi a tutte le violenze e ai sacrifici imposti loro. Le due sorelle avevano quindi ritenuto la ragazza responsabile dei loro mancati guadagni, poiché a parer loro era stata proprio lei a convincere le altre a lasciare la casa in cui vivevano e ad affrancarsi da tutte le condizioni di sfruttamento economico e di forte intimidazione psicologica in cui avevano vissuto fin dal loro arrivo a Palermo".

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