I palermitani e la piantagione di marijuana da record: "Droga di qualità scadente"

"Principio attivo al 20 per cento": la circostanza potrebbe incidere in maniera significativa sull’entità della pena. La relazione sull'"erba" sequestrata durante una vasta operazione a ottobre, adesso è stata consegnata

La droga sequestrata dai carabinieri

Oltre trenta tonnellate di marijuana nascosti in un casolare: la qualità, però, è abbastanza modesta. Il caso è quello dei fratelli Pietro e Vincenzo Martini, palermitani di 19 e 21 anni, arrestati lo scorso ottobre a Naro. Gli accertamenti in laboratorio, disposti dalla Procura, confermano un principio attivo di appena il 20 per cento. La circostanza potrebbe incidere in maniera significativa sull’entità della pena. Il giudice Luisa Turco, prima di decidere se condannare o assolvere i tre imputati, voleva fare chiarezza sull’esatto principio attivo della droga e, per questo, aveva disposto di incaricare un perito.

Il giudice ordina esami sulla droga

La nomina è stata, però, adesso è stata revocata perché, nel frattempo, è stata consegnata la relazione che attesta il principio attivo al 20 per cento. Il processo è quello a carico di Pietro e Vincenzo Martini, palermitani di 19 e 21 anni e di Carmelo Collana, 53 anni, dipendente comunale di Canicattì. Al sequestro si era arrivati dopo un mese di indagini.

Scoperta una centrale della droga, in manette anche insospettabile

Una piantagione da record: secondo quanto è stato reso noto dal comando provinciale dei carabinieri di Agrigento "si è trattato infatti del più grosso sequestro che si è registrato in Italia". Piante alte da un metro e mezzo a due metri, in piena fioritura. Due i casolari adibiti ad essicatoio di primo e secondo livello, nelle campagne fra Campobello di Licata e Naro. 

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La droga avrebbe fruttato 15 milioni di euro

Fondamentale anche l'uso di un drone che ha confermato la presenza della piantagione: il blitz dei carabinieri ha fatto il resto. I tre imputati hanno saltato l’udienza preliminare perché la Procura ha chiesto, ottenendolo, il giudizio immediato. Subito dopo i difensori (gli avvocati Salvatore Manganello e Debora Speciale) hanno chiesto il rito abbreviato. 

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