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La consegna della busta con il pizzo ripresa dai carabinieri

La consegna della busta con il pizzo ripresa dai carabinieri

Così i boss imponevano il pizzo: "Sappiamo dove vive tua figlia, paga o vi ammazziamo"

Nel blitz contro il mandamento di Tommaso Natale emergono le minacce di morte e gli attentati contro imprenditori e commercianti. Alcuni non si sono lasciati intimorire ed hanno denunciato. Documentata anche la consegna di una busta con i soldi chiesti al titolare di una macelleria

"I nuovi che sono usciti ora sono gente pericolosa e vecchio stampo, non ti vengono a bruciare la macchina, ma ti ammazzano direttamente". Una minaccia molto chiara, una delle tante che sarebbero state rivolte ad imprenditori della zona di Tommaso Natale che - come emerge dall'inchiesta "Bivio" dei carabinieri - avrebbero imposto il pizzo a tappeto nel quartiere. Vengono fuori anche danneggiamenti e aggressioni fisiche a chiunque avesse cercato di fare la minima resistenza. Nonostante tutto, però, cinque persone hanno deciso di non farsi intimorire e spontaneamente si sono rivolte ai militari ed hanno denunciato le richieste estorsive.

"Così i boss disruggono la concorrenza e l'economia"

Sono 13 gli episodi contenuti nel provvedimento di fermo firmato dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise, Dario Scaletta e Felice De Benedittis. Nel mirino imprenditori edili, ma anche commercianti e c'è anche una richiesta di pizzo fatta sulle spese di un funerale. Come viene messo in evidenza dagli investigatori, spesso gli indagati avrebbero preferito imporre la fornitura di materiali e alcune ditte, piuttosto che contanti. E questo, sostiene la Procura, è "significativo" perché "proietta sul territorio un approccio insidioso dell'organizzazione mafiosa che si avvale della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento per vincere la concorrenza inserendosi nei lavori e nelle forniture". Inquinando quindi l'economia.

Il pizzo sui lavori in via Chimera e la denuncia

Ad un imprenditore sarebbe stato imposto da Francesco Palumeri, Francesco Finazzo, Francesco Adelfio e Marcello Bonomolo di rinunciare a realizzare gli impianti elettrici, idrici e di riscaldamento in 7 delle 16 ville in costruzione in via Chimera, nonché l'illuminazione esterna dell'intero condominio, con un danno di 160 mila euro. E gli indagati lo avrebbero pesantemente minacciato e persino aggredito. La vittima il 31 ottobre 2019 si è però presentata spontaneamente dai carabinieri eha denunciato la tentata estorsione commessa da Adelfio, che secondo il suo racconto lo aveva anche raggiunto nel cantiere di via Chimera e l'aveva afferrato alla gola e stretto contro un muro perché consegnasse 50 mila euro come pizzo per i lavori.

Quello stesso cantiere, però, dicono gli inquirenti, sarebbe riconducibile a Francesco Palumeri. L'accordo stipulato inizialmente avrebbe previsto una villetta da 350 mila euro per la vittima in cambio della realizzazione degli impianti. Col ritorno di Plumeri in circolazione i compensi dell'imprenditore sarebbero stati ridottir a 176 mila euro e aveva deciso di uscire dalla cooperativa.

L'aggressione: "Ti  dovevano lasciare morto a terra"

L'imprenditore ha messo a verbare che Adelfio "senza dirmi alcuna parola, mi afferra immediatamente per il collo, sbattendomi al muro e dicendo testualmente: 'Non ti ammazzo perché ti conosco e io so che tu sei una persona perbene e non capisco perché mi hanno fatto immischiare a me, perché dovevano venire due che ti dovevano lasciare morto a terra per farti capire che tu devi lasciare 50 mila euro dei lavori che tu hai fatto qui dentro al signor Finazzo... Che poi che li andiamo a ritirare noialtri da Finazzo... Sappiamo che hai una figlia in Francia e sappiamo dove abita insieme ai tuoi due nipoti... I nuovi che sono usciti ora sono gente pericolosa e vecchio stampo, non ti vengono a bruciare la macchina, ma ti ammazzano direttamente".

La richiesta di 1.500 euro alla macelleria

Nonostante minacce e danneggiamenti, anche il titolare di una macelleria con braceria di piazza Tommaso Natale, non ha esitato a rivolgersi ai carabinieri, quando gli indagati gli avrebbero chiesto di pagare 1.500 euro una tantum e poi 250 euro mensili come "messa a posto". Il primo agosto scorso era stata danneggiata anche una vetrina dell'attività e, successivamente, gli investigatori sono riusciti a documentare la consegna della busta con i soldi.

"E' venuto e mi ha detto: 'Ti devi mettere a posto'"

La vittima si era rivolta agli inquirenti il 12 agosto per denunciare l'estorsione che sarebbe stata commessa da Andrea Mancuso. Aveva raccontato che nella notte del primo agosto aveva subito il danneggiamento di una vetrina e che all'inizio aveva pensato ad un atto vandalico. Dopo aver guardato le immagini delle telecamere di sorveglianza, però, aveva visto che alle 3.30 due soggetti su uno scooter avevano lanciato un sasso contro la vetrina (nella foto allegata). L'11 si sarebbe presentato Mancuso che gli avrebbe chiesto se "quelli di Cardillo" gli avessero parlato, ma "vedendo la mia sorpresa sul volto e dopo che gli riferivo che non si era presentato nessuno - ha messo a verbale la vittima - si scusava e andava via". Poi "tornava dopo 2 o 3 minuti e mi diceva chiaramente: 'Ti devi mettere a posto'". L'uomo avrebbe poi raggiunto Pietro Ciaramitaro. Entrambi secondo l'accusa avrebbero imposto il pizzo per conto di Antonino Vitamia.

Attentato macelleria tommaso natale mafia-2

La consegna della busta con i soldi

Il commerciante riferiva poi che il 7 settembre sarebbe stato avvicinato per strada da un'altra persona: "Mi diceva che avevo preso un impegno a versare il pizzo. Mi chiedeva di versare 2 mila euro e poi una somma da pagare mensilmente, 250 euro. Rispondevo che era mia intenzione provvedere intorno a metà mese, ma che le cifre andavano riviste. Gli dicevo che avrei messo il denaro in una busta e che l'avrei consegnata. Sono molto intimorito e la mia decisione di pagare - ha detto la vittima ai carabinieri - è dovuta al timore che possa subire nuovi attentati intimidatori considerato che nell'anno passato mi sono stati già danneggiati due veicoli".

Gli investigatori hanno quindi monitorato la vicenda. In un'intercettazione si sente la vittima dire a Giuseppe Rizzuto: "Che devo fare, li vuoi i soldi?" e poi, con dei pedinamenti, è stata immportalata la consegna della busta con 1.500 euro (nella foto principale) che, dopo una serie di passaggi, sarebbe finita in mano a Ciaramitaro.

Il pizzo sul funerale

Il pizzo sarebbe stato imposto anche a un impresario di pompe funebri, non "autorizzato" ad operare allo Zen: sarebbero stati prelevati 900 euro sul costo di un funerale, che poi sarebbero stati versati al detenuto Salvatore Biondo per il suo mantenimento, sostengono gli investigatori. La vicenda era maturata dopo che un tale "Giovanni", dopo un decesso, aveva chiamato non Francesco L'Abbate, ma appunto l'altro impresario funebre. Quando il capomafia dello Zen ne era stato informato sarebbe andato su tutte le furie e aveva avvicinato sia l'imprenditore che "Giovanni". Il primo sarebbe stato disposto a rinunciare, anche se aveva già allestito la veglia funebre. Ma L'Abbate non avrebbe voluto, intromettendosi invece al momento del pagamento. I parenti del morto avrebbero pagato 2.900 alla ditta di pompe funebri e L'Abbate ne avrebbe sottratti 900 che aveva poi avrebbe consegnato alla famiglia del detenuto.

"Sei un bravo ragazzo, ho evitato una vampa"

Il 17 maggio 2019, dopo aver documentato una serie di strani incontri, i carabinieri avevano convocato l'imprenditore al quale quasi certamente i boss stavano per chiedere il pizzo. "Dopo qualche esitazione", si legge nel fermo, la vittima aveva ammesso che Francesco Aldelfio gli avrebbe effettivamente imposto il pizzo, mentre stava ristrutturando una villetta in via Chirone. L'indagato, tra l'altro, gli avrebbe detto che si sarebbe informato sul suo conto e che era "un bravo ragazzo" e che lo avrebbe salvato da una "vampa", cioè un attentato, che sarebbe stato programmato per quella stessa notte: una punizione perché l'imprenditore non avrebbe interpellato i referenti della zona prima di iniziare i lavori. Adelfio avrebbe poi imposto alla vittima non il pagamento di soldi, ma forniture, cosa che l'imprenditore aveva accettato.

Le altre estorsioni 

Nel fermo vengono anche ricostruiti l'incendio all'Icon Club del porticciolo di Sferracavallo, avvenuto il 20 maggio 2019 e che viene imputato a Vitamia, Mancuso e Sebastiano Giordano. Adelfio, Vitamia e Michele Zito sono anche accusati di aver imposto le forniture di materiale edile per la ristrutturazione di una villa in via Chirone. Una "messa a posto" di 1.500 euro e l'imposizione delle ditte di Zito e Vitamia sarebbero toccate all'imprenditore che stava realizzando gli impianti in alcune ville di via dell'Arancio, a Carini. Un'altra ditta sarebbe stata costretta ad avvalersi per gli scavi legati alla costruzione di una palazzina in via San Lorenzo dell'impresa di Adelfio. Richieste di pizzo (500 euro) e attentati anche nel cantiere di via Nicoletti per realizzare la rete fognaria di Sferracavallo.

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