Insulti e botte agli anziani in un ospizio della Zisa: "Era una casa degli orrori", due arresti

Ai domiciliari finiscono i titolari della "Anni Azzurri" di via Benedetto Marcello, Brigida Camarda e suo marito, impiegato della Regione, Michele Riccobono. Assieme ai loro due figli e a una badante in nero che percepiva il reddito di cittadinanza erano finiti sotto inchiesta a gennaio

Il frame di un'intercettazione

Alla fine l'ha spuntata la Procura: quelli che si sarebbero verificati nella comunità alloggio per anziani "Anni Azzurri" di via Benedetto Marcello, alla Zisa, sarebbero stati maltrattamenti aggravati nei confronti di tutti e tredici gli ospiti e non, come invece aveva stabilito il gip, vessazioni ai danni di un unico anziano, portandolo ad infliggere solo il divieto di dimora ai cinque indagati, cioè i titolari e una badante (in nero e con il reddito di cittadinanza). La Cassazione adesso ha dato ragione, infatti, all'aggiunto Annamaria Picozzi (nella foto) e al sostituto Maria Rosaria Perricone, e ha disposto gli arresti domiciliari per Brigida Camarda e per suo marito, Michele Riccobono, peraltro impiegato della Regione.

Anna Maria Picozzi-2Inoltre, per uno dei figli della coppia, Edoardo Riccobono, è stato contestualmente ripristinato il divieto di dimora a Palermo e in alcuni comuni della provincia (il fratello Antonino è finito anche lui sotto inchiesta), mentre l'operatrice Rosa Briolotta era già andata ai domiciliari a maggio. Per tutti, peraltro, i pm hanno già chiesto il rinvio a giudizio e il mese prossimo inizierà l'udienza preliminare.

"Porco", "maiale", "sei un miserabile" e "fai schifo", è così che si sarebbero rivolti gli operatori della "Anni Azzurri" (chiusa da gennaio) a uno degli ospiti, poi morto in seguito a un malore. Maltrattamenti molto gravi che, secondo l'accusa sarebbero stati compiuti anche nei confronti di altri dodici anziani ricoverati nella struttura, tra settembre e dicembre del 2019. Dalle intercettazioni compiute dai poliziotti del commissariato Zisa-Borgo Nuovo, erano stati documenti oltre cento casi di condotte vessatorie, denigranti, lesive della dignità umana, oltre a percosse e immobilizzazioni. Inoltre gli ospiti sarebbero stati spesso sedati e imbottiti di psicofarmaci per tenerli buoni.

La Procura sostiene poi che gli imputati avrebbero agito "sia con violenza o minacce gravi, sia con crudeltà" e avrebbero "cagionato sia acute sofferenze fisiche, sia un verificabile trauma psichico" e inflitto "un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona".

Proprio questo quadro agghiacciante, aveva spinto i pubblici ministeri a chiedere il carcere per i gli imputati e a ipotizzare persino il reato di tortura. Il gip Giuliano Castiglia, però, era stato di ben altro avviso e nella sua ordinanza aveva messo nero su bianco che quella comunità non sarebbe stata affatto "una casa degli orrori", sottoponendo i cinque soltanto al divieto di dimora.

Il giudice, inoltre, non aveva riconosciuto il reato di maltrattamenti ai danni di tutti gli ospiti, ma soltanto di uno, spiegando che "gli episodi vessatori hanno pressoché sempre la loro genesi nei 'problemi' di gestione dell'ospite, dovuti alle precarie condizioni fisiche dell'anziano" e "tali problemi sono avvertiti dagli agenti come 'disturbi' alla struttura e a coloro che vi operano e inducono gli indagati ad adirarsi e a sforgarsi contro l'anziano". La vittima in questione avrebbe avuto anche problemi di incontinenze e, per la Procura, sarebb stato spesso lasciato sporco e nessuno in tanti casi si sarebbe preoccupato di accompagnarlo in bagno. Comportamenti che il gip aveva comunque considerato "profondamente deprecabili e gravemente illeciti". 

 

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