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Martedì, 7 Febbraio 2023
Cronaca Politeama

Quando la mafia diventa un brand, l'allarme di Coldiretti: "Un danno per il Made in Italy"

Ci sono il whisky "Cosa nostra" con la bottiglia a forma di mitra, i condimenti "Two pig mafia" e il vino "Talha mafia". Secondo Ettore Prandini, presidente dell'associazione di categoria, si tratta di un ulteriore colpo a un mercato già sofferente per via della contraffazione e della falsificazione dei prodotti

Dal whiskey "Cosa nostra", con tanto di bottiglia a forma di mitra, al vino "Talha mafia" passando per il caffè "Mafiozzo" e il condimento sale e pepe "Two pig mafia". E' allarme 'mafia style' nel settore agroalimentare italiano, con un giro d’affari da milioni di euro generati dall’uso di nomi legati alla criminalità. A denunciarlo sono Coldiretti e Filiera Italia che - con imprese, cittadini e istituzioni - scendono in piazza a Palermo dove è stata esposta per la prima volta un'inquietante "collezione" dei più scandalosi prodotti venduti nel mondo con nomi che richiamano episodi, personaggi e forme di malavita organizzata, sfruttati per fare un business senza scrupoli sul dolore delle vittime e a danno dell’immagine del Paese.

"Lo sfruttamento di nomi che richiamano la mafia - afferma Ettore Prandini, presidente della Coldiretti - è un business che provoca un pesante danno di immagine al 'Made in Italy' sfruttando gli stereotipi legati alle organizzazioni mafiose, banalizzando fin quasi a normalizzarlo, un fenomeno che ha portato dolore e lutti lungo tutto il Paese". Dalla Scozia, spiega Coldiretti, arriva il whiskey "Cosa nostra" in una bottiglia a forma del caratteristico mitra con caricatore a tamburo degli anni di Al Capone e Lucky Luciano, mentre in Portogallo si beve vino Talha mafia "Pistol" con tanto di macchia di sangue stilizzata sulla confezione bag in box da 3 litri.

Whisky Cosa nostra

In Germania si produce il "Mafia coffee rub Don Marco's", un condimento per la carne arrosto, come il "PorkMafia Texas gold" che non viene però dagli Usa bensì dalla Finlandia. In Bulgaria si beve il caffè "Mafiozzo" stile italiano, invece gli snack "Chilli Mafia" si possono comprare in Gran Bretagna, mentre in Germania si trovano le spezie "Palermo mafia shooting", a Bruxelles c’è la salsa "SauceMaffia" per condire le patatine e la "SauceMaffioso", mentre in America, nel Missouri, si vende la salsa "Wicked Cosa nostra".

Ancora in terra tedesca, si beve il "Fernet Mafiosi", con tanto di disegno di un padrino, mentre sul collarino della bottiglia è addirittura raffigurata una pistola sotto la scritta "Stop!". Ma c’è anche il vino Syrah "Il Padrino" prodotto nella Santa Maria Valley California da Paul Late "For those who dare to feel" (per quelli che osano sentirsi) e su internet è possibile acquistare il libro di ricette "The mafia cookbook" o comprare caramelle sul portale www.candymafia.com. Una galleria degli orrori che colpisce il vero Made in Italy, realizzato grazie all’impegno di centinaia di migliaia di imprenditori onesti.

Al gravissimo danno di immagine del "mafia marketing" si aggiunge la beffa dello sfruttamento economico del Made in Italy in una situazione in cui la contraffazione e la falsificazione dei prodotti alimentari italiani solo nell’agroalimentare ha ormai superato i 120 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni, e che, secondo un'analisi della Coldiretti, costa all’Italia trecentomila posti di lavoro. "Si tratta di danni economici e di immagine soprattutto nei mercati emergenti dove - rileva la Coldiretti - spesso il falso è più diffuso del vero e condiziona quindi negativamente le aspettative dei consumatori".

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