Alessandra, la bimba mai diventata grande e morta nel cielo di Ustica: "Oggi saresti una mamma"

Anthony De Lisi, lo zio, pensa spesso al tragico epilogo del Dc-9 Itavia, che il 27 giugno del 1980, mentre era in volo da Bologna a Palermo, scomparve dai radar del centro di controllo aereo di Roma: "Sono stanco, abbiamo vissuto 40 anni di bugie e palesi depistaggi. E' una vergogna"

Oggi avrebbe avuto 46 anni. Forse sarebbe stata un avvocato come lo zio o magari avrebbe seguito le orme della mamma, la prima donna a laurearsi in Ingegneria nucleare in Italia. Invece, Alessandra Parisi è morta a sei anni, insieme alla madre, nella strage di Ustica. Anche lei era a bordo del Dc-9 Itavia, che il 27 giugno del 1980, mentre era in volo da Bologna a Palermo, scomparve dai radar del centro di controllo aereo di Roma. Precipitò nel mare, tra le isole di Ponza e Ustica, portando con sé le vite di 77 passeggeri, tra cui 11 bambini, e quattro membri dell’equipaggio. Ottantuno vittime ancora senza giustizia. Anthony De Lisi, avvocato e fratello di Elvira De Lisi e zio di Alessandra, ci pensa spesso. A quello che poteva essere e non è stato, a un tempo sospeso e mai più ritrovato.

"Mi manca la quotidianità" dice all’Adnkronos. Per lui quella bambina era come una figlia. "Mia sorella era 10 anni più grande di me, era una mamma apprensiva. Alessandra per me impazziva e il mio rammarico più grande è di non averla vista crescere, diventare sposa e magari mamma. Forse sarebbe diventata un avvocato come me, avremmo potuto lavorare insieme allo studio…".

Indugia su un futuro negato Anthony De Lisi. Una concessione fugace prima che la realtà lo riporti al presente. "Sono stanco e disincantato. Abbiamo vissuto 40 anni di mistificazioni, di bugie, di palesi depistaggi: una vergogna che offende e ferisce non solo i familiari delle vittime ma un intero Paese". I suoi genitori sono morti senza sapere la verità. "Mio padre ha combattuto come un leone". Perché di sua figlia non si trovò quasi nulla.

"Ogni giorno andava all’Istituto di Medicina legale per cercare tra quei brandelli di carne i resti di Elvira", dice Anthony e, mentre racconta, la commozione spezza la voce. Il dolore diventa di nuovo presente. "Elvira aveva fatto il cesareo, mio padre si portò il medico perché riconoscesse quel tronco ormai deturpato".

E' amareggiato lo zio di Alessandra. "Dire che viviamo in una Repubblica delle banane sarebbe usare un eufemismo" perché per lui c’è stato "un tentativo sistematico di travisare una realtà che era chiara a tutti già all’indomani della tragedia. Non serviva essere esperti di aviazione per capire che non si trattava di una bomba o di un cedimento strutturale. Né servivano superperizie e scienziati per dire che era stato un missile. Senza contare tutte le morti misteriose in qualche modo legate alla strage, le carte sparite, le registrazioni cancellate…".

Non usa giri di parole Anthony De Lisi. "La verità è che pezzi del nostro Stato hanno taciuto e sono stati collusi. Eccola, l’ennesima vergogna della storia della nostra Repubblica". Adesso, invece, a 40 anni da quella strage occorrerebbe "un’assunzione di responsabilità" da parte degli Stati coinvolti.

"Forse non sapremo mai il nome del pilota del caccia che materialmente schiacciò il bottone – ammette -, ma è necessario che sia riconosciuta una verità ormai storica e documentale: quelle 81 persone furono vittime di un’azione di guerra avvenuta nei nostri cieli e come tali andrebbero ricordate e onorate". E non con risarcimenti economici "mai arrivati e che non ci interessano", ma restituendo "la dignità a 81 civili, a cui non è mai stato dedicato niente, neppure una biblioteca, un vicolo o una sala dell’aeroporto. Abbiamo intitolato giardini, strade, piazze a tutti tranne che alle vittime della strage di Ustica. La civiltà di una nazione passa anche dai piccoli segnali che danno ai cittadini il senso della presenza dello Stato". Invece in quasi mezzo secolo di storia Anthony De Lisi si è sempre scontrato con "un muro di gomma".

"Abbiamo lanciato appelli, denunciato, chiesto giustizia, ma abbiamo dovuto fare i conti con un senso di solitudine, di isolamento, di impotenza, di assoluta consapevolezza di mancanza dello Stato. Siamo stati dimenticati da uno Stato che non vuole, non sa, non ha la forza o la capacità di riconoscere una verità chiara, scritta dalle perizie e che oggi qualche testimone inizia timidamente a raccontare".  

Oggi lo zio di Alessandra a quello Stato non ha più nulla da chiedere. Però, una speranza ancora la coltiva. "Il capo dello Stato conferisca alle vittime di quella strage la medaglia postuma alla memoria. Sarebbe un modo per ammettere che lo Stato riconosce quello che è successo e non si nasconde più dietro bugie, fraintendimenti, situazioni ridicole, ipotesi e contro-ipotesi. Un gesto di umanità doveroso".

Fonte: Adnkronos

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