Invidiosi e invidia a Palermo: storia di un amore contrastato

Nel “Vocabolario siciliano etimologico” la parola "raggia" viene usata come sinonimo di invidia. Sin dal 1500 il palermitano viene definito "il più invidioso tra gli altri siciliani". Dalle scritte sui mezzi di trasporto ("la tua invidia è la mia forza") ai tanti proverbi

L'invidia di Giotto

L’invidia, a ben pensarci, è un sentimento di inferiorità che molti di noi nutriamo, o abbiamo nutrito. Alcuni occasionalmente o frequentemente, altri costantemente, nei confronti di qualcuno che riteniamo possieda più di noi. E quasi sempre pensiamo, anche per giustificare i nostri fallimenti o le nostre incapacità, che noi meriteremmo molto di più di colui che stiamo invidiando! Il filosofo Plutarco, duemila anni fa, sapeva bene quanto l’odio e invidia fossero parenti stretti. Ma con una differenza precisa e interessante: l’odio si prova per chi ha offeso noi o qualcuno che amiamo; l’invidia è rivolta verso chi semplicemente ha una vita che va bene. Vita migliore della nostra. Altrimenti che invidiamo a fare?

"Mala taliata", le origini della parola

La parola invidia, viene dal latino invidere e letteralmente significa guardare male, guardare storto, con un senso molto forte, quasi di gettare il malocchio! Perché l’invidioso, diciamo che lo fa con una certa naturalezza, guarda male il mondo la gente attorno. “Mala taliata”, avrebbero detto i nostri nonni.  Mentre nel “Vocabolario siciliano etimologico” del Nobile Michele Pasqualino, pubblicato nella reale stamperia di Palermo nel 1790, la parola “ràggia”, che viene dal latino rabies  - e quindi dovrebbe indicare la rabbia nel senso di incazzatura - è usato piuttosto come sinonimo di invidia. Mentre “raggiazza”, dice ancora il nobile palermitano, indica di conseguenza una grande invidia. Il passaggio logico-linguistico del siciliano è illuminante: la raggia è si rabbia, ma causata dall’invidia! Attenzione stiamo parlando di uno dei 7 vizi capitali per la chiesa e per padre Dante. Ricordate che dall’invidia nacque l’essenza stessa del Male: la ribellione di Lucifero a Dio!! E per invidia accadde anche il primo omicidio della storia: Caino uccise Abele, e divenne appunto un Caino! Giotto nella cappella degli Scrovegni, agli inizi del 1300, rappresenta l’invidia come una donna laria di muoriri (brutta assai), con le orecchie grandi, perché pronte  a captare le maldicenze sugli altri; una linguaccia lunga che si trasforma in serpente e le si ritorce contro, cavandole gli occhi. Come dire che l’invidia non si può saziare mai e consuma chi ne è posseduto. Lo so che la descrizione potrebbe assomigliare a quella di una suocera tipo, ma vi assicuro che in questo caso Giotto pitta l’invidia!

"I siciliani? Invidiosi per natura..."

l'invidia-2Poco dopo la metà del 1500 Scipio di Castro, calabrese di nascita, che visse almeno un decennio in Sicilia, scrisse dei siciliani “generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto dei governanti”. Già a quei tempi i siciliani avevano fama di essere tutti allenatori e politici! Ma soprattutto invidiosi. Nel 1836 il Barone Vincenzo Mortillaro, nella “Guida per Palermo e i suoi dintorni”, nell’introduzione osava descrivere i palermitani: “Sono litigiosi al più alto grado tra di loro, e per natura piccosi  (leggi incazzosi) e ostinati, sospettosi ben anche e poco industriosi (leggi lagnusi), delle fortune altrui invidiosi, ed hanno si vivaci sensazioni che ad una sola parola ingiuriosa o ad una occhiata di disprezzo incolleriscono a segno, che non di rado vengono alle furie (si prendono a legnate facile diremmo oggi noi con uno slang molto colloquiale). Ne ho citati solo due di esempi, ma tanti altri autori ci hanno bollato con il marchio di essere invidiosi.

L'invidia e il... traffico

Chi di voi non ha notato, girando nel traffico palermitano scritte del tipo “la tua invidia è la mia forza”, oppure “invidia crepa!”, con delle varianti del tipo: “Quello che mi auguri, lo raddoppio”, “L’invidia ti uccide” o la più siciliana: “L’invidia è la forza dei cornuti”. Sono in qualche modo scritte porta fortuna, per contrastare un fenomeno che sappiamo essere diffuso più o meno come la cellulite, di cui notoriamente soffrono anche gli uomini. L’invidia, appunto! Noterete queste scritte anche su camioncini o lapini (moto ape), a volte tutti scassati. Mezzi che diciamoci la verità, hanno ben poco da essere invidiati o invidiabili. Oppure su tir guidati da lavoratori che passano le loro giornate, e spesso anche le nottate, a guidare in giro per le strade del mondo. O peggio per quelle disastrate della Sicilia. Eppure il rischio di essere invidiati è sempre presente.

L'invidia nei proverbi

Mentre tra i proverbi siciliani sull’invidia ne ricordiamo alcuni notevoli: "La mmiria abbrucia l’occhi comu la cipudda", per indicare quanto fastidiosa sia; "Si la ’mmiria fussi cacaredda, ognunu  cacassi li vuredda", per indicare quanto sia diffusa. E con senso analogo: "Si a mmiria fussi vaddara, fussimu tutti vaddarusi!!! (se l'invidia fosse un ernia, ma non un ernia qualsiasi si tratta di quella scrotale, saremmo tutti con le palle a terra): la vaddara (o vaddira), tipo di ernia che colpisce solo gli uomini, appunto dall'arabo adara. Numerosi mafiosi si sono difesi dalle accuse contro di loro sostenendo che fosse l’invidia a spingere gli accusatori. Infamità e invidiea Tra tutti voglio ricordare un caso emblematico, quello di Don Calò, ossia Calogero Vizzini di Villalba, mafioso del Nisseno. Tralascio la storia personale di quest’uomo che il fascismo aveva mandato al confino per 6 anni, per i legami con la mafia e che gli americani appena sbarcati in Sicilia avevano invece imposto come sindaco di Villalba. Suppongo sempre per i suoi legami con la mafia. Don Calò l’uomo che Indro Montanelli aveva definito come l’unico vero indiscusso capo globale della mafia, morì nel suo letto, e proprio in occasione della sua morte fu pubblicato un santino funebre, con una sua foto e la eloquente scritta: poco generosi/ su la sua bara non ancora chiusa/ invano tirarono gli ultimi strali / l’odio e l’invidia / in quella estrema ora di pianto / fu piu’ forte l’amore / e con voce di vasta risonanza / disse / a tutti gli onesti /la gentilezza sua del tratto / la nobilta’ del cuore. Al “povero” Don Calò continuarono ad invidiarlo pure da morto, anzi appena morto! Mmiriusazzi!

L'invidia subita dai buoni: l'esempio di Falcone

Igor Gelarda-4Parliamo invece dell’invidia subita dai “buoni”, perché in Sicilia ci sono e ci devono essere, proprio come nella storia dei Pupi, i buoni ed i cattivi. Giovanni Falcone patì non poco l’invidia di “amici”, cioè coloro che stavano dentro le istituzioni,  ancor prima che quella dei nemici. Non sembri un’esagerazione perché la parola invidia è scritta in una sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo per l’attentato all’Addaura: “Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia”. Dopo divenne un eroe, ma prima era, per alcuni, forse per molti, un soggetto da invidiare piuttosto che da supportare!

Altro esempio di invidia che colpì un onesto lavoratore certamente meno famoso del Giudice Falcone, siamo tra la fine dell’ottocento e i primi del Novecento, riguarda il delegato di Pubblica Sicurezza, sarebbe l’equivalente odierno di un funzionario di Polizia, Antonino Cutrera. Quest’uomo aveva un difetto che i suoi superiori non riuscivano a tollerare: oltre ad essere un onesto e discreto poliziotto, era appassionato di storia e sociologia, pertanto pretendeva anche di entrare nella profondità delle cose che affrontava in ambito lavorativo, e cominciò a pensare troppo e scrivere libri, una ventina circa. Alcuni dei quali oggi sono estremamente preziosi per lo studio della criminalità e comunque della società palermitana di inizi del secolo. Solo per citare qualche titolo: “La mala vita di Palermo: contributo di sociologia criminale”; “Cronologia dei giustiziati di Palermo: 1541-1819” ; “Storia della prostituzione in Sicilia : monografia storico-giuridica”; “I  Ricottari. La mala vita di Palermo nell'800”. Per questa sua bizzarra indole intellettuale fu generalmente malvisto, sempre osteggiato dai superiori, addirittura mobbizzato e spostato in continuazione da una sede all’altra, girovago tra Palermo, Carini e Trapani; nonostante non avesse mai commesso nulla di male. Non riuscì mai a fare carriera.Troncata, di fatto, da chi non comprendeva ed invidiava queste sue doti. Tra l’altro viene anche citato da Camilleri ne “La Concessione del telefono”, giustamente come uomo di profondo ingegno e vanto della Polizia. Invidiato, appunto!! Ma di Cutrera, lo sento tanto vicino a me, ve ne parlerò in un articolo a parte.

A Palermo il primato dell'invidia, colpa degli spagnoli?

Qualche anno fa Simonetta Agnello Hornby, sebbene avesse avuto una improvvisa fama internazionale - con alcune sue opere come la Mennulara e la Zia Marchesa, tradotte in ben 25 lingue - era stata praticamente snobbata dalla sua città, per quell’altro principio palermitano cu niesci arriniesci (chi emigra fa fortuna) si lamentava dell’invidia che l’aveva colpita. E affermò in una intervista: “[…] ma la Sicilia è invidiosa. Oggi leggevo che sin dal 1500 siamo stati descritti come invidiosi, non possono avere sbagliato tutti. Il palermitano è più invidioso degli altri siciliani, ha maggiori insicurezze. Ecco non poteva mancare il primato di Palermo, secondo la scrittrice palermitana, i più invidiosi tra gli invidiosi. Ma certamente non è colpa dei palermitani se a Palermo l’invidia è così diffusa. Ovviamente bisogna cercare il responsabile altrove. Nello specifico i colpevoli sono stati gli spagnoli, tra i quali l’invidia era assi diffusa. Infatti gli stessi iberici, sin dal 1500, chiamavano l’invidia “la malignità ispanica”. Una specie di copyright esportato, e a quanto pare di buon grado accettato, in Sicilia!
Ma come potremmo fare a liberarci dall’invidia? Mica facile la risposta e tanto meno l’attuazione. Il filosofo Bertrand Russell sosteneva che l’invidia si può superare solo quando l’individuo prende coscienza di quello che ha e smette di pensare costantemente a quello che non ha. Stessa idea dei nostri vecchi: “Pensa al tuo, e lascia stare quello degli altri”. Ma qui mi pare che spesso siamo al pensa a quello degli altri e lascia stare il tuo….

Igor Gelarda, storico mmiriusu
https://www.facebook.com/gelardaigor/ 
 

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