Domenica, 25 Luglio 2021
Tribunali-Castellammare

Quando i padroni arabi assediarono la città: la strage di palermitani e la nascita della Kalsa

La resistenza durò un anno, dall’agosto del 830 fino al settembre del 831. Secondo una fonte islamica dei 70 mila palermitani presenti al momento dell’assedio, ne rimasero in vita solo tremila. Poi la fondazione del nuovo quartiere, l'"eletta"

Uno dei miti che ci sono stati dati a scuola è quello di una Sicilia felice con l’arrivo, attorno all’800 dei cosiddetti arabi. La Sicilia araba, da tutti indicato come periodo di floridezza economica per la Sicilia ma non di pace sociale e di contrasti continui, spesso violenti e mai sopiti tra le compagini islamiche, spesso in lotta anche tra loro, e quella cristiana.  Senza dubbio con l’arrivo degli arabi - li chiamerò così per semplificare, anche se sarebbe più corretto chiamarli islamici, dato che tra loro c’erano berberi, siriani, persiani,  egiziani e anche arabi - con il loro arrivo accadde una “frattura” di parte del latifondo di origini romane e una tendenza a suddividere i campi in piccoli poderi. Un sistema che finì per favorire l’economia agraria, insieme anche all’introduzione di nuove specie vegetali e nuove tecniche di irrigazione molto efficaci. Anche se è chiaro che vi fu un forte passaggio di proprietà fondiarie dagli indigeni agli invasori, nella migliore tradizione colonialista.   

La presa di Palermo. Palermo assediata dagli Arabi resiste disperatamente per  un anno, dall’agosto del 830 fino al settembre del 831. Secondo una fonte islamica dei 70.000 palermitani presenti in città al momento dell’assedio, nè rimasero in vita solo 3.000 al momento della resa. Quasi certamente  la fonte esagera, ma  comunque la strage di palermitani fu enorme, e la nuova città araba risultò semisvuotata ai nuovi padroni, che ebbero la possibilità di occupare i grandi spazi rimasti scoperti in città. Sorte similare toccò a Siracusa, che cadde in mano agli arabi nel maggio del 878, anche qui dopo una resistenza estrema ed un eccidio, compiuto anche dopo la capitolazione, compiutamente raccontato dall’Arcivescovo di Siracusa, Teodosio. L’ultima città Siciliana ad arrendersi agli islamici fu Rometta  nel 965.

I Palermitani, come del resto tutti i siciliani, dopo la conquista araba potevano continuare ad essere cristiani, dietro pagamento di una tassa pro-capite, una specie di Irpef sulla religione, la jizya, che si trasformava in kharàg se i non musulmani erano proprietari terrieri, e che poteva diventare un peso economico notevole. Tuttavia, pur non essendoci mai state vere e proprie persecuzioni religiose, cristiani ed ebrei palermitani, oltre alle tasse, avevano anche certi obblighi nei confronti degli islamici. L’elenco, chiamato Aman, era composto da ben 17 punti, alcuni dei quali incidevano fortemente sulla vita personale dei palermitani. Tanto per fare qualche esempio: sui vestiti i palermitani cristiani dovevano portare segni distintivi per non essere confusi con gli islamici; ancora erano obbligati ad alzarsi in segno di rispetto quando un musulmano entrava in una stanza; erano obbligati ad ospitare un musulmano in casa se richiesto;  dovevano cedere loro il passo per strada; non potevano portare armi o usare selle per la cavalcatura; potevano ristrutturare chiese, ma non costruirne nuove; non potevano avere case grandi come quelle dei musulmani e dovevano rasarsi la parte anteriore della testa! Non sempre questi divieti furono applicati in maniera rigida, ma potevano essere usati come strumento di minaccia o vessazione e insieme alle tasse da pagare furono la ragione di una islamizzazione veloce, ma superficiale e controvoglia di buona parte della popolazione dell’isola. E questo spiega anche il perchè, alcuni decenni dopo, i normanni con pochissimi uomini riconquistarono una isola così grande e l’islam scomparve nel giro di pochissimo tempo.

La Sicilia una polveriera. L’insofferenza della compagine cristiana presente nell’isola, insieme all’eterogeneità etnica dei conquistatori  (Berberi, spagnoli islamici, persiani, egiziani ); i contrasti tra gli stessi arabi per le  spartizioni del bottino e la divisione delle terre, ma anche il passaggio di potere tra due dinastie, (fatimidi- aghlabita) attorno al 910, resero l’isola una polveriera. Non temo di essere smentito se dico che gli oltre due secoli di permanenza araba in Sicilia furono un periodo di guerra continua, come dicono le stesse fonti arabe, una tra tutte la cronaca di Cambridge. Palermo si ribellò numerose volte contro il potere dei principi arabi, rivolte dove componenti molteplici si mischiavano e non era chiaro capire le istanze anti-islamiche da quelle tra gli stessi conquistatori. Una prima rivolta, di cui resta traccia nelle fonti, si ebbe attorno al 890, con una repressione che vide impegnati anche gli agrigentini contro Palermo. Ancora Palermo in rivolta nel 900 e poi 917, assediata da un esercito e costretta alla resa, e ancora nel 940. L’emiro Giafar II, al quale abbiamo dedicato anche una via fu oggetto, nel 1015 di un’altra feroce rivolta dei palermitani. Giafar aveva messo tasse troppo alte, e i palermitani diedero fuoco al suo palazzo, risparmiando l’emiro solo per l’intervento del vecchio e paralitico padre Yusuf, che era stato principe a Palermo, e che si era fatto amare dai palermitani!!

La fondazione della Kalsa. Poco meno di 100 anni dopo l’arrivo degli arabi a Palermo viene fondata la Kalsa, o Halisah, cioè l'"eletta". Le fonti ci dicono che in questo nuovo quartiere, che si trovava a ridosso del mare, si trasferì il sultano con i suoi collaboratori. All’interno di questa zona, interamente circondata da mura, vennero trasferite anche le prigioni, l’arsenale della marina e la dogana. La costruzione venne fatta a tappe forzate obbligando a “collaborare” al progetto anche i palermitani.  Insomma il cuore pulsante dell’amministrazione araba lasciava il palazzo reale e si trasferiva verso il mare, in fretta e furia. Per quale ragione? Perché i continui tumulti dei palermitani avevano insegnato ai musulmani che il palazzo reale era poco sicuro, specialmente nel caso in cui fosse necessario scappare era troppo lontano dal mare. Ecco dunque che il posto più sicuro era proprio una postazione sul mare. La preferita per salvarsi la vita, nel caso in cui vi fosse “la carta malapigghiata”.

Fine prima parte - Continua…

Igor Gelarda, storico morigerato

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