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Domenica, 28 Novembre 2021
Sandra Figliuolo

Opinioni

Sandra Figliuolo

Giornalista Palermo PalermoToday

Il dovere di salvare lo Sperone

Ormai bastano pochi minuti per arrivare dal centro allo Sperone: c'è il tram, entrato in funzione a decenni dalla sua progettazione, che all'inizio veniva guardato con stupore, come una specie di navetta spaziale, e in cui si saliva come fosse una giostra. La distanza tra i due mondi - il cuore di Palermo e una delle sue periferie in teoria più belle - però, non si è mai realmente accorciata, anzi, forse è addirittura aumentata negli ultimi anni: se nasci e cresci allo Sperone, in mezzo all'immondizia e alla sporcizia, tra palazzoni brutti e fatiscenti - tram o no - è difficile coltivare una speranza, riuscire ad immaginare che qualcosa di diverso possa esistere.

Quando tutto intorno a te si regge sulla prevaricazione e mai sul rispetto, sulla furbizia e non sulla legalità, concetti elementari - come indossare una mascherina, non gettare i rifiuti in mezzo alla strada, fare il biglietto per salire sui mezzi pubblici - diventano semplicemente inutili fesserie. Perché per sopravvivere, in una giungla di cemento, dove le regole sono buone sempre e soltanto per gli altri, non servono la civiltà e l'educazione: devi solo essere un predatore, devi solo essere forte, prepotente e, all'occorrenza, anche violento. 

La notizia dei sei arresti per spaccio allo Sperone - è tristissimo dirlo - non è più neanche una notizia: lo sanno tutti che certi vicoli e passaggi del quartiere sono storicamente supermercati della droga e che periodicamente arrivi la polizia o i carabinieri o la guardia di finanza a smantellare qualche rete di pusher è altrettanto scontato. Ciò che stupisce, invece, è come mai dopo centinaia e centinaia di arresti, spesso ai danni delle stesse persone - che a volte continuano a spacciare proprio mentre sono ai domiciliari... per spaccio - tutto continui a replicarsi all'infinito, sempre uguale, nell'indifferenza totale. Qualcuno taglia l'erbaccia, ma l'erbaccia ricresce e non secca mai davvero. Perché non viene estirpata alla radice.

Ciò che stupisce è che l'unica presenza dello Stato allo Sperone debba per forza indossare una divisa. E non solo - va detto - per reprimere. Qualche anno fa, per esempio, l'ex questore di Palermo, Renato Cortese, volle organizzare la festa della polizia proprio a Brancaccio e volle che ci fossero i ragazzi. Pochi giorni fa i carabinieri hanno donato dei libri alla biblioteca dello stesso quartiere. Perché - si sa anche questo - solo partendo dalla cultura e dai più giovani, seminando erba nuova, si può sperare che qualcosa prima o poi inizi a fiorire e a splendere.

Serve la scuola - allo Sperone ci sono, tra le altre, la Pertini e la Piersanti Mattarella, barlumi di legalità incapsulati però tra sbarre di ferro per evitare incursioni vandaliche - e servono i servizi. Serve il Comune. Che garantisca il diritto ad essere felici e a poter coltivare una speranza anche ai bambini che - non per scelta loro - sono nati proprio lì e che non hanno alcuna colpa se i loro genitori, in un contesto di miseria e disoccupazione, alla fine confezionano dosi di "fumo" o, da insospettabili, custodiscono per pochi spiccioli chili di cocaina a criminali ben più scafati.

Ma per il Comune - sindaco, assessori, consiglieri, anche di circoscrizione, politici e politicanti di maggioranza e opposizione - lo Sperone esiste? Rientra nei confini della città o è un altro pianeta? Uno dei rari quartieri dai quali si riesce ancora a vedere il mare (seppure dall'alto di edifici orribili), quel mare che era il "vero" mare di Palermo e che - in seguito ad un'oscena speculazione edilizia - è stato trasformato invece in una fogna, fa parte di Palermo? O prenderà forma solo tra qualche mese, quando ci sarà da portare avanti la campagna elettorale?

In altre zone difficili della città, attraverso iniziative lanciate anche da associazioni, piccoli passi sono stati compiuti. Al Borgo Vecchio, solo per fare un esempio, si è riusciti a portare una parte dei commercianti a non aver paura di denunciare i propri estorsori; allo Sperone, a Brancaccio, si scopre invece che il pizzo lo pagano tutti, anche l'ultimo degli sfincionari, e in silenzio.

Sembra che ad Est della città le cose funzionino solo con l'arroganza e l'imposizione. Che quasi tutti siano rassegnati al fatto che quello è lo Sperone e che - per un sortilegio malefico - lì non cambierà mai nulla, che non si possa dire o fare qualcosa che si discosti dalla linea che nel tempo ha portato allo scempio che oggi è sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono vedere, s'intende). 

Lo Sperone dovrebbe cercare di salvarsi da solo, iniziando a pretendere di essere qualcosa di diverso, sforzandosi. Dovrebbe avere il coraggio di alzare la voce quando il mafiosetto di turno arriva e detta leggi intollerabili, che non giovano a nessuno se non a lui stesso. Dovrebbe iniziare a votare con criterio, guardando lontano e non facendosi offuscare da promesse irrealizzabili. Dovrebbe iniziare a credere in se stesso, a smettere di arrendersi a una realtà schifosa e cominciare a fare le cose più belle: sognare e sperare.

Nel frattempo, però, qualcuno ha il dovere di salvare lo Sperone, e anche se lo Sperone non vuole. Non affidandosi solo alle sirene e alle manette, al carcere o ai domiciliari. E' con la politica che si disegnano i contorni di una società, non con il codice penale. 

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