La Tosca, il Teatro Massimo e l’ombrello di Magritte

Il successo dell’arte e della cultura è il successo di tutti, soprattutto quando può divenire strumento di rinnovamento, proprio come riporta l’epigrafe incisa sull'architrave del portico del Teatro

Ho pensato che Hegel sarebbe stato molto sensibile a questo oggetto che svolge due funzioni contrapposte nello stesso tempo: quella di respingere l’acqua e di volerne (captarla). Così Magritte scriveva a Maurice Rapin, spiegando il suo quadro, ‘Le Vacanze di Hegel’: un ombrello su sfondo rosso sulla cui sommità vi è un bicchiere pieno di acqua. In realtà,sarebbe più corretto dire che Magritte disegnò per primo il bicchiere e che una di quelle linee gli suggerì un ombrello aperto sotto la sua base. Quel quadro ‘mandava in vacanza’ Hegel e il suo razionalismo.

La soluzione immaginaria (e geniale) di Magritte mi è balzata agli occhi domenica scorsa, poco prima di imboccare l’ingresso del Teatro Massimo per la seconda e ultima replica della Tosca pucciniana. Allestita, sul fianco sinistro del Teatro, una platea en plein air, per la due giorni di spettacoli trasmessi su maxischermo, con ingresso al costo simbolico di un euro. Quella che alle prime gocce di pioggia è sembrata essere una scelta azzardata ha però trovato un risvolto immaginifico: ombrelli che pian piano sbocciavano come semi colorati, uno dopo l’altro, a respingere la pioggia e captarla. Una imponente ed estemporanea installazione, come gli ombrelli sospesi per le vie di Agueda. La soluzione immaginaria mi è parsa bellissima, così come gli impavidi spettatori che goccia dopo goccia, sotto i loro coperchi colorati, hanno resistito e continuato a seguire la Tosca di Puccini.

E' certamente questa l’immagine più potente che conserveremo di questa due giorni di spettacoli del Teatro Massimo, che ha registrato il tutto esaurito (ancora una volta) sia per La Traviata di Verdi (in replica finale sabato 1 aprile) che per la Tosca di Puccini (domenica 2 aprile), con 18 mila spettatori paganti in quindici giorni. Il successo dell’arte e della cultura è il successo di tutti, soprattutto quando può divenire strumento di rinnovamento, proprio come riporta l’epigrafe incisa sull'architrave del portico del Teatro: "L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita […]".

Le due opere si sono alternate, o meglio dire incrociate, agli inizi di aprile per un’operazione, ben riuscita, che ha portato in scena per solo due giorni l’opera pucciniana (31 marzo e 2 aprile) a differenza de La Traviata in Cartellone dal 19 marzo. Una sorta di banco di prova per due spettacoli, con la regia di Mario Pontiggia e i costumi e le scene di Francesco Zito, che sbarcheranno in Giappone a giugno prossimo, per una per una tournée, insieme a una compagine di 150 persone tra coro, tecnici, maestranze, orchestra, staff organizzativo. 
Il bis richiesto a gran voce dal pubblico è il fil rouge di queste due messinscene. Per La Traviata, con scene ispirate alla Belle Époque di Palermo, le ovazioni del pubblico hanno tributato la Violetta palermitana, Jessica Nuccio, e Simone Piazzola, Germont padre che ha concesso al proprio pubblico il tanto richiesto bis. Meritevoli nella Tosca tutti e tre i protagonisti: Fiorenza Cedolins (Tosca), il siciliano Marcello Giordani (Cavaradossi), Sebastian Catana (Scarpia).

La Cedolins, dimostra di essere ancora padrona di un ruolo che ha interpretato molte volte nella sua lunga carriera, l’esordio come protagonista nel 1992 nella Cavalleria Rusticana al Teatro Carlo Felice di Genova. L’unico appunto è forse una recitazione un po’ barocca, talvolta eccessiva in quegli spaccati che richiedevano una forte tragicità. L’acme drammatico ne risente soprattutto nel secondo atto, non restituendoci a pieno la Tosca esasperata dal diabolico Scarpia, e dalle sue incessanti provocazioni che espugnano l’eroina, amante disperata che cede e confessa, tradendo il suo Mario, e consumando il più efferato degli atti: l’uccisione del sadico barone a capo della polizia. Il pubblico non sembra essere stato dello stesso avviso richiedendo, e ottenendo, il bis del celebre ‘Vissi d’arte’. A bissare ‘E lucevan le stelle’ anche Marcello Giordani, centrato nel ruolo e di grande presenza scenica, sebbene talvolta con qualche tiepida sbavatura timbrica. Il bilancio, dunque, è ampiamente positivo, e non solo per i numeri, sperando sia un ottimo auspicio per la messinscena orientale.  L’elegante allestimento, realizzato tre anni fa dal Teatro del Maggio musicale fiorentino, rimane sempre di grande impatto, soprattutto nelle parti corali, con tagli di luce che caricano di drammaticità la scena. Potente l’orchestra, sul podio Gianluca Martinenghi; Coro e Coro di voci bianche del Teatro Massimo.

L’opera in tre atti di Giacomo Puccini nella sua prima rappresentazione al Teatro Costanzi di Roma, il 14 gennaio 1900, fece il tutto esaurito. Puccini aveva prestato particolare attenzione alla riduzione melodrammatica del testo originale (da cinque a tre atti) tanto da recarsi svariate volte a Parigi per discutere di alcuni particolari direttamente con l’autore del dramma, Victorien Sardou. Il mio plauso finale scivola fin dietro le quinte dove si realizza la moderna favola di una caparbia trentaduenne, ennese di Assoro, prima donna macchinista di scena in un mondo esclusivamente maschile. Marinella Muratore che si "muove nel ventre del teatro", come ha lei stesso dichiarato, è una delle poche donne in Italia a svolgere un ruolo fisicamente impegnativo e delicato. Una delle tante maestranze che il pubblico non vede, ma fondamentali per il successo di opere come la Tosca, dietro cui sapiente la giovane si è mossa. Sperando che il trionfo del Teatro possa trasformare la sua personale rivoluzione in una magia, e quel contratto a tempo determinato diventi qualcosa di più.

Opera in tre atti | Musica di Giacomo Puccini
Libretto di Luigi illica e Giuseppe Giacosa

Direttore: Gianluca Martinenghi
Regia: Mario Pontiggia
Scene e costumi: Francesco Zito
Luci: Bruno Ciulli
Assistente alla regia: Angelica Dettori
Assistente alle scene: Antonella Conte 
Assistente ai costumi: Ilaria Ariemme

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Massimo
 

BINARIO CINQUE [«Non si interrompe un'emozione» Federico Fellini]

Al binario cinque della Stazione Termini arriva Amelia Bonetti, in arte Ginger. Il film di Fellini fu per me una folgorazione come le parole con le quali Moravia ne accompagnò la critica in suo articolo: «I 'mostri' di Fellini stanno a testimoniare una vittoria dell'immaginazione visionaria sulla lucida osservazione.» (L'espresso Roma, 2 febbraio 1986). Questa è (l')Arte. Ed ecco a voi un piccolo spazio dove appuntare considerazioni a margine su fatti d'arte, di teatro, di cultura, di visionarie immaginazioni

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