Carmen: cronaca di un amore fatale, a firma del controverso Calixto Bieito

Quella messa in scena dal regista spagnolo al Teatro Massimo non è un’opera sull’amore, o meglio: questa è un’opera sull’amore malato, sull’ossessione, sull’autodistruzione e sulla violenza, e dunque sulla morte

Ho un baco dell’orecchio. Non si tratta di uno strano insetto infestante, ma è così che nel XIX secolo i tedeschi chiamarono quel motivetto che ti frulla nella testa e che non riesci a scacciare, anche molto tempo dopo averlo ascoltato. Il mio tarlo musicale non la smetteva di canticchiare l’habanera della Carmen di Georges Bizet, anche dopo gli applausi che hanno accompagnato il calo del sipario e l’ingresso di tutti gli artisti in scena, anche dopo aver sceso la maestosa scalinata del Teatro Massimo rischiarata da tagli di luce calda; anche dopo aver attraversato a piedi piazza Verdi e la città in motocicletta. Sarà per questo, mi son detta, che ‘L’amour est un oiseau rebelle’ (L’amore è un uccello ribelle) risulta essere tra le arie più celebri di sempre.

Carmen (3)-2Una melodia così persuasiva che alla fine degli ’80 fu addirittura usata all’interno di uno spot televisivo con una combriccola di, eccessivamente sorridenti, casalinghe (al posto delle ammiccanti sigaraie). Liberamente tratto, diremmo. Un po’ come fece Bizet nel comporre quest’aria, ispirandosi a quella che credeva fosse una musica popolare e scoprendo poi che si trattava dell’habanera di ‘El Arreglito’, un brano composto pochi anni prima da Sebastián Iradier. Al compositore parigino non rimase che mettere una annotazione nello spartito: "Imitato da una canzone spagnola, proprietà degli editori de Le Ménestrel". Plagio o meno, Bizet ha creato un’aria dal melodismo crescente e sensuale, centrale nell’opera perché non solo ci svela la figura della civettuola Carmen, ma anche la visione che egli stesso aveva dell’amore: un uccello ribelle e incostante, un piccolo zingaro che non ha mai, né mai conoscerà, legge.

Questa però non è un’opera sull’amore, o meglio: questa è un’opera sull’amore malato, sull’ossessione, sull’autodistruzione e sulla violenza, e dunque sulla morte. Lo ricorda lo stesso Calixto Bieito regista di questa Carmen anticonvenzionale che ritorna sul palco palermitano dopo il successo del 2011, ripresa da Joan Antó Rechi. L’allestimento originale viene preferito a quello viennese; uno scenario voluttuoso, libertino, ingannevole, con un’impronta fortemente erotica; e non mi riferisco soltanto al giovane e prestante torero nudo che balla solingo sul palco (meno convincente e sensuale rispetto all’esibizione del 2011). Lettura, quella del regista spagnolo, che riesce a spaccare in due il pubblico: tra chi ha applaudito o chi, dal loggione, ha deciso di fischiare ciò che in realtà non risulta mai un eccesso.

Carmen (4)-2Non avendo potuto assistere alla prima, possiamo soffermarci sulla Carmen del giorno dopo, interpretata dal mezzosoprano Justina Gringyte, che entra sulla scena un po’ defilata, mentre litiga al telefono dentro una cabina telefonica. Poi un’esplosione di sensualità e schiettezza capace di suscitare sentimenti controversi nello spettatore che al tempo stesso ama e odia la bella sigaraia, desiderata da tutti gli uomini. Bieito rispetta a pieno la modernità di Bizet, trascinando quest’opéra-comique sino a un passato non molto lontano: la Spagna franchista popolata da militari deplorevoli che abusano del proprio potere; gitani che contrabbandano la merce così come l’amore; Mercedes-Benz claudicanti guidate sul palco; un misero albero di Natale con coccarde spagnole, e l’illusione di una gabbia dorata in cui tutti sono in realtà schiavi.

Centoquarantuno anni dopo dalla sua prima rappresentazione, la creatura di Bizet rimane attualissima: opera verista, cronaca di un femminicidio. Carmen è furba e forte, ma anche succube delle sue passioni. Munita di ribellione e indipendenza, doti che a una donna spesso non possono essere perdonate, così che aleggi sopra di lei l’onta di essere una frivola ‘puttana’, una femme fatale che seduce gli uomini a suo piacimento, per ingannarli e derubarli, o per puro narcisismo. Così che mai la si riesce a vederla del tutto vittima, nemmeno quando Don José (interpretato da Roberto De Biasio), rifiutato, decide di ucciderla. O mia o di nessun altro, è il sottotesto machista di quest’opera. E chissà perché Bizet, rispetto alla protagonista della novella di Prosper Mérimée, da cui l’opera è tratta, abbia deciso di tratteggiare una riprovevole Carmen, un’anti-eroina che quella fine sembra essersela quasi meritata. Nessuna empatia per lei, nessun compianto, perché tutto deve andare al ‘disgraziato’ disertore dal cuore spezzato. O sua, o morta.

Carmen di Georges Bizet | Dal 26 novembre al 4 dicembre 2016 (VAI ALL'EVENTO)
Direttore Alejo Pérez | Regia Calixto Bieito | Ripresa da Joan Antòn Rechi
Allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con il Gran Teatre del Liceu di Barcelona, il Teatro Regio di Torino e il Teatro La Fenice di Venezia

BINARIO CINQUE [«Non si interrompe un'emozione» Federico Fellini]

Al binario cinque della Stazione Termini arriva Amelia Bonetti, in arte Ginger. Il film di Fellini fu per me una folgorazione come le parole con le quali Moravia ne accompagnò la critica in suo articolo: «I 'mostri' di Fellini stanno a testimoniare una vittoria dell'immaginazione visionaria sulla lucida osservazione.» (L'espresso Roma, 2 febbraio 1986). Questa è (l')Arte. Ed ecco a voi un piccolo spazio dove appuntare considerazioni a margine su fatti d'arte, di teatro, di cultura, di visionarie immaginazioni

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti (1)

  • una splendida orchestra ha dato il meritato peso ad una delle più belle e coinvolgenti opere, assolutamente deludente invece la scenografia cioè il nulla, anzi per la precisione: un palo in mezzo al palco scenico

Torna su
PalermoToday è in caricamento