Mercoledì, 20 Ottobre 2021

Bello, ma… il Tamerlano di Luigi Lo Cascio

Ha la potenza di una tragedia greca, ma pecca in alcuni punti di una lentezza eccessiva che disorienta lo spettatore. Plauso al cast, quasi del tutto siciliano, e a tutta la compagine di questa produzione, per essersi confrontati l’impervio testo di uno degli scrittori inglesi più ispirati

Il Tamerlano di Luigi Lo Cascio,in debutto nazionale al Teatro Biondo di Palermo, ha la potenza di una tragedia greca, ma nella sua costruzione pecca in alcuni punti di una lentezza eccessiva che disorienta lo spettatore. La scelta del regista palermitano, liberamente ispirato a ‘Tamerlano il Grande’ (I e II parte) di Cristopher Marlowe, è di dar vita a una metafora senza tempo della "guerra stato naturale delle cose», trionfo di passioni primitive, che punta alla memoria dell’immaginario collettivo per simboli e non per racconto visivo. L’opera è sfrondata da luoghi e tempi precisi, lo scenario è quello della distruzione, della guerra totale, fatto di luci soffuse, un palco immerso in un nero pece, talvolta claustrofobico, con tagli di luce calati a schiaffo sui personaggi principali (a cura di Cesare Accetta), in sottofondo le musiche originali di Andrea Rocca, che in alcuni momenti avrebbero potuto essere più incisive e rabbiose. Uno sposalizio non sempre riuscito che conferisce alla messinscena lentezza, talvolta al limite della distrazione.

La scenografia è essenziale, la Natura è annichilita, la ritmica essenziale dei cambi di scena racconta di pieni e vuoti, vastità e punti raccolti, forme e cancellazioni. I tagli laterali dei fondalini dipinti calano a restringere o ampliare lo sguardo dello spettatore mostrando un mandorlo in fiore o schiere di soldati, o ancora corpi abbozzati in morte: nel monologo finale di Gigi Borruso, lo sfondo offre una prospettiva scivolata, quattrocentesca. Interessanti i due piani orizzontali, sfalsati e paralleli, in cui i due attori non si incontrano, una matrice cinematografica, un campo e controcampo teatrale. "Il progetto scenografico e di costume – spiega Nicola Console che insieme ad Alice Mangano ha curato scene e costumi - presenta, un teatro della guerra, un assemblaggio di fotoreportage provenienti dalle due guerre mondiali (ma più dichiaratamente dalla prima) o dalle guerre in Medio Oriente; forme e superfici impresse indelebilmente nell'immaginario collettivo".

Il Tamerlano di Luigi Lo Cascio-2

Ed è proprio nel delirio della morte che Lo Cascio colloca la rappresentazione e vi cuce la sua rilettura. Sono le ultime ore di vita di Tamerlano, un mandorlo stranamente fiorito è l’unico anelito di vita che lo assiste in quel ricapitolare la propria esistenza, "sino all’atto brutale (l’uccisione del "figlio forgiato nell’acciaio", che uccide perché disertore che rinnega la follia omicida del padre, ndr) che lo costringe a constatare l’effettiva natura di scempio della Guerra, un massacro insensato che non prevede vincitori, ma solo disastro diffuso", come scrive nelle note di regia Lo Cascio. Il baratro esistenziale in cui lo spettatore viene inghiottito mostra un eroe ferito che gioca la sua ultima partita a scacchi con la morte, attraverso il racconto di se stesso.

In questa ricerca di contemporaneità peccato Lo Cascio abbia rinunciato, come altri registi di questi tempi, alla scena in cui Tamerlano si confronta con il potere della parola scritta e ancor più nella sua divina incarnazione, distruggendo una copia del Corano per proclamarsi al di sopra della divinità: "E ora, se ne hai davvero il potere, vieni giù e spegni il rogo". Titano machiavellico, come gran parte degli eroi neri marloviani, trova in Vincenzo Pirrotta un interprete convincente, così come lo era già stato nell’Otello di Lo Cascio del 2014. Capace di grandi sfumature interpretative non risulta mai eccessivo, ci restituisce un personaggio potente e delirante, con una sete sanguinosa che gli ruggisce in corpo, e quella voce ruvida che gli monta nella gola come rantolo diabolico. Ruolo difficile e tormentato, come altri del teatro elisabettiano, che può spingere un attore a caricare troppo la recitazione. Una sbavatura che possiamo rimproverare alle due interpreti femminili: Lorena Cacciatore, nel ruolo di Zenocrate, figlia del sultano d’Egitto, presa in ostaggio da Tamerlano che ama ricambiata; in quello del loro figlio minore Sharuk; uno dei soldati senza tempo e senza nome; e di Tamara Balducci, impegnata come la collega in altri tre ruoli: Zabina, moglie di Bajazet, imperatore dei Turchi; Agida, nobile della Media; un soldato senza tempo e senza nome.

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Entrambe peccano di una recitazione troppo affettata, a tratti urlata. Allo stesso modo, bisogna dire che la Balducci si è riscattata nel monologo finale di Agida, così come nel canto di dolore di Zabina prima di consegnarsi alla morte. In Marlowe non troviamo mai l’eccesso della retorica, la parola è solenne, potente perché incarna l’azione, esaltata nella sua carica evocativa; l’iperbolico Tamerlano è grande ancor prima delle sue imprese sanguinolente, per merito della sua ars oratoria. Ottimo interprete sul palco l’attore palermitano Gigi Borruso, che ha dimostrato di sapersi ben destreggiare in più ruoli (Cosroe, Sultano, dottore, un uomo, soldato senza tempo e senza nome), non apparendo mai frenetico, e riuscendo a dare a ogni personaggio carature differenti, con pause e accelerazioni capaci di onorare l’importanza che Marlowe, poeta del ‘blank verse’, dava alla parola, imprimendola ai suoi persuasivi (anti)eroi.

Lo spettacolo ha in sé ha spunti interessanti, forse troppi senza che nessuno abbia primeggiato. Gli intermezzi dialettali affidati al piccolo gruppo di soldati ‘senza tempo e senza nome’ che irrompono nel buio della scena conquistandola, narrano in maniera allucinata gli orrori della guerra, raccontandone le ferite ancora profonde e visibili, che la stessa Palermo custodisce. Un espediente stridente, con parti che appaiono un po’ slegate dal resto, così come lo è l’epilogo finale che seppur portato a compimento dal bravissimo Borruso sembra voler tessere i fili di una morale che in Marlowe non troveremo mai. Così da apparire come una forzatura al quadro che lo ha immediatamente preceduto: la caravaggesca deposizione del re svuotato, su cui scende lieve una neve non più corrotta dal sangue. E lì che lo spettacolo avrebbe potuto concludersi. Più riuscita è la parte del primo soldato che, spuntando dalla platea illuminata da un corridoio di luce, raggiuge solitario il palco. È Giovanni Calcagno (in altri due ruoli: Bajazet e Calepino) che con il suo monologo surreale ci racconta di come il dolore ai piedi causato dalla marcia e dalle condizioni impervie a cui sono costretti, conduca i soldati alla disperazione sfogata poi sul campo di battaglia.

E' un personaggio dal piglio godotiano, sopravvissuto che vuole sopravvivere (fingendosi addirittura morto), che in quel suo discorso sregolato ci offre una riflessione sulla ‘banalità del male’, luogo in cui i potenti sono abili burattinai, persuasori occulti di coscienze vuote spinte a prendere le parti di una guerra che non è mai la propria. Nel complesso bisogna applaudire a tutta la compagine di questa produzione, dal regista all’intero cast (gli altri non ancora citati: Paride Cicirello, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Fabrizio Romano) che si sono dovuti misurare con un’opera insidiosa. A detta di alcuni spettatori, all’uscita del Teatro Biondo, le quasi tre ore di rappresentazione sono state troppe. Il punto non è la durata, sarebbe come rimandare tutta la responsabilità alla sensibilità teatrale del pubblico. Occorre però tenere conto di tutto, anche chi ha abbandonato la platea in vari momenti di uno spettacolo che al di là di quel ‘ma’, se rimaneggiato,potrebbe restituirci in ogni sua parte la grandezza di questo affresco disperato sulla guerra. 

Tamerlano di Luigi Lo Cascio | dal 9 al 18 febbrario | Teatro Biondo di Palermo
tratto da Tamerlano il Grande di Christopher Marlowe
con Vincenzo Pirrotta, Tamara Balducci , Gigi Borruso, Lorena Cacciatore, Giovanni Calcagno, Paride Cicirello, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Fabrizio Romano
scene e costumi Nicola Console, Alice Mangano
musiche Andrea Rocca
luci Cesare Accetta

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